La mia strada per uscire dalla crisi

Ottobre 14th, 2009 Pietro B. Posted in crisi | 1 Comment »

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 L’ultimo post di questo blog è stato pubblicatol’11 Febbraio di quest’anno. E ad oggi sono passati parecchi giorni. Quel post terminava con la fatifica domanda:  “mi scoccerebbe non poco dovermi cercare un altro lavoro…e poi quale lavoro?“.

Devo dire che gioco-forza un altro lavoro me lo sono inventato nel campo informatico cercando un settore non troppo inflazionato. E così è nata l’idea di Assistenza Digitale rivolta ai privati, con la correlata figura, questa un po’ più recente di Assistente Informatico Personale.

Il vecchio lavoro lo svolgo ancora part-time e quindi part-stipendio (diciamo un simulacro di quel che fu). Adesso però la mia seconda attività è quella che mi occupa decisamente di più. E questo ha aspetti positivi ed aspetti negativi.

Tra le cose positive c’è senz’altro il non essere costretti per otto ore dentro le quattro mura di un capannone, l’incontrare gente sempre nuova, di trovare stimoli nei problemi che la gente di sottopone, sentirsi aprezzati per il lavoro scolto ed una gestione della vita familiare divenuta molto più semplificata. Sono ritornato padrone del mio tempo.

Tra le cose negative ce ne solo una: i soldi. Pochi e maledetti.

Tutto questo non è stato facile. Ho dovuto farmi della pubblicità, curare personalmente la distribuzione di volantini, creare piccole campagne, scervellarmi su quale fosse il modo migliore per porsi. Cercare di approfondire cose che avevo prima solo sfiorato. E il mio fisico ne ha risentito. L’ansia è andata aumentando.

Però quando le cose vanno in un certo modo credo che piangersi addosso sia una cosa stupida è inutile, una perdita di tempo e di energie. Ecco, io quelle (poche) energie ho cercato di  convogliarle per creare qualcosa di mio. Smettendo di sperperare soldi in cose inutili, risparmiando su tutto.

Anche nello scrivere su questo mio blog, che in questi giorni celebra i sette anni di vita, sono stato parco.  Chissà da oggi potrebbe esserci la ripresa.

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La crisi vissuta e raccontata

Febbraio 11th, 2009 Pietro B. Posted in crisi | No Comments »

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La crisi ha coinvolto pesantemente l’azienda nella quale lavoro dal 1995. Da oggi cercherò di raccontarla dal punto di vista di una piccola azienda e di un siciliano che un giorno decise di abbandonare la sua isola e sopra un treno cercò fortuna in Emilia Romagna...

Antefatto

Era il dicembre 1995 non avevo mai visto tutta quella neve in vita mia. Ero arrivato una domenica, portavo in dote una laurea , il mercoledì successivo rispondendo ad una inserzione di un giornale di annunci avevo già trovato lavoro come operaio generico. Due anni dopo mi si chiese di entrare come socio di minoranza.

Personaggi ed interpreti

- il Grande Capo,
- il figlio primogenito (da ora in poi “Primogenito”)
- il figlio secondogenito (da ora in poi “Secondogenito”),
- la Moglie del Grande Capo
- il cane del Primogenito
- un operaio Sparacazzate
- un secondo operaio Testimone (di Geova),
- un terzo operaio dell’Est
- un quarto operaio Operoso.

Io, voce narrante. Responsabile dell’Ufficio Tecnico. Nome che definisce una anticamera tra gli uffici e l’officina con due computer antidiluviani su altrettante scrivanie comprate al mercato delle pulci ed un paio di strumenti di misura impolverati.

Primo Capitolo - Piuttosto che niente

Il Grande Capo aveva riposto grandi aspettative per la Fiera di Milano a cui per la prima volta dovevamo partecipare non lesinando sforzi ed energie compreso una forma di Parmigiano Reggiano da offrire ai visitatori. Per l’occasione Primogenito avrebbe sfoggiato un abito firmato tutto nero con camicia bianca e Secondogenito avrebbe cercato di fare meno danno possibile limitandosi a ridacchiare con l’hostess che avevamo “noleggiato” per l’occasione.

Eravamo a inizio Ottobre 2008. I venti impetuosi della crisi finanziaria stavano alzandosi in tutta la loro potenza ma a Milano ancora si sentiva solo una leggera brezza.

- Grande Capo la nostra banca (Unicredit) sembra pesantemente coinvolta in questa crisi, che ne pensi ? - chiesi
- E che ci frega…tanto se fallisce le dobbiamo solo dei soldi…

Il 2008 è stato un buon anno come fatturato ed ordinativi e poi abbiamo avuto due nuove entrate la più importante delle quali è il cane pastore tedesco di Primogenito, l’altra è Secondogenito. Dobbiamo però togliere gli ultimi tre mesi. Dove un importante cliente ha iniziato a non pagare più le ricevute bancarie e gli ordini hanno subito un tracollo: meno 50% Novembre, meno 80% Dicembre. Noi lavoriamo nella subfornitura dell’industria meccanica ed oleodinamica: insomma forniamo coloro che costruiscono parti per automobili, motori, trattori.

A novembre il Grande Capo, negozia la cassa integrazione per due operai su quattro: Sparacazzate e Est. Il primo si spaventa così tanto che ancor prima di iniziare il periodo di cassa integrazione si trova un’altra occupazione e quindi si dimette. In tal modo butto nel pattume cinque anni di formazione, i piani di mia quasi totale occupazione presso l’ufficio tecnico riprendo gli abiti da officina e torno alle macchine non senza far presente al Grande Capo ed al Primogenito che la considero una collocazione momentanea.

Verso i due operai superstiti, senza i quali si chiuderebbe definitivamente, Testimone ed Operoso si cerca (cerco) senza essere convincenti (convincente) di edulcorare la cosa: “Ci si stringe per sopravvivere”. Loro sembrano crederci, io un po’ meno. Piuttosto che niente meglio piuttosto, dicono da queste parti.

A sostituire Sparacazzate viene nominato Secondogenito il più giovane del gruppo e il meno interessato al lavoro (qui si potrebbe mettere un punto) a cui il Grande Fato ed il Grande Capo congiuntamente lo hanno destinato dopo averlo fatto passare dal magazzino, dall’ufficio spedizioni, la marcatrice e la macchinetta del caffé. Lui già si vedeva insieme a Primogenito a viaggiare per il mondo per proporre i nostri prodotti ed incontrare tanta gnocca ed invece si ritrova con le scarpe antinfortunistiche a stare in officina insieme ad Operoso, Testimone e me.

Diciamo che in officina Secondogenito ci dovrebbe stare perché poi viene chiamato dalla Moglie del Grande Capo ad andare in banca, alla posta a portare quel pacchetto a quel cliente…insomma cosa pretendete che faccia? E poi in officina se non c’è lavoro cosa si vuole che impari se le macchine sono ferme?

Io vengo quindi nominato tutore ed insegnate di Secondogenito. Incarico molto semplice perché l’avrò visto un paio di ore in due mesi concentrato a scaccolarsi i naso mentre io cerco di spiegargli come si fa a programmare un utensile.

Il problema vero è che una giornata lavorativa standard è composta da otto ore mentre il lavoro da fare basta giusto per un paio d’ore, e certe volte neanche per quelle.

La Moglie del Grande Capo mi chiede in continuazione se sto bene forse perché vorrebbe che stessi male come loro. In effetti devo dare l’impressione di non preoccuparmi più di tanto. Ma è solo una impressione ve lo assicuro perché dopo tutti questi anni e a 44 anni, quasi 45, mi scoccerebbe non poco dovermi cercare un altro lavoro…e poi quale lavoro?

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Tecnica di un colpo di stato

Febbraio 10th, 2009 Pietro B. Posted in commentatore | No Comments »

di Marco Travaglio

A lui (Berlusconi) non frega nulla di Eluana. A lui interessa affermare il principio che una sentenza definitiva può essere ribaltata per decreto, o per legge ordinaria, o per legge costituzionale. A lui non frega nulla della vita e della morte. A lui interessa compiacere il Vaticano con un decreto impopolare ma a costo zero, fatto già sapendo che il Quirinale non lo firmerà, dunque senza pagare alcun prezzo di impopolarità. A lui non frega nulla delle questioni etiche. A lui interessa coprire il colpo di mano contro la giustizia e la civiltà: i medici trasformati in questurini e delatori contro i malati clandestini; le ronde illegali legalizzate; le intercettazioni legali proibite; gli avvocati promossi a padroni del processo, che faranno durare decenni convocando migliaia di testimoni inutili per procacciare ai clienti ricchi l’agognata prescrizione; i pm degradati ad «avvocati dell’accusa», come negli stati di polizia, dove appunto la polizia, braccio armato del governo, fa il bello e il cattivo tempo senza controlli della magistratura indipendente; dulcis in fundo, abolito l’appello del pm contro l’assoluzione o la prescrizione in primo grado, ma non quello del condannato (non hai vinto? Ritenta, sarai più fortunato), sempre all’insegna della «parità fra difesa e accusa». Tutte leggi incostituzionali che, dopo il no del Quirinale al decreto contra Eluanam, hanno molte possibilità in più di passare. Per giunta, inosservati. Parlare di colpo di Stato è puro eufemismo. E poi, che sarà mai un colpo di Stato? Se la Costituzione non lo prevede, si cambia la Costituzione.

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Quella ragazza che amavamo

Febbraio 10th, 2009 Pietro B. Posted in commenti | No Comments »

di ADRIANO SOFRI
da la Repubblica del 10 Febbraio 2009

Ormai la diversità dei pensieri si era tramutata in una dannazione reciproca, una messa al bando, una  insofferenza esasperata. E neanche ora, neanche in hora mortis nostrae, si rimarginerà, temo. Ma, forse solo per un piccolo risarcimento, forse perchè è la cosa più importante, possiamo riconoscerci tuttiquasi tuttiin un acquisto dapprincipio imprevedibile, e che non era nei propositi. Abbiamo tuttiquasi tutti: non fa bene ignorare il cinismo e la cattiveria veravoluto molto bene alla ragazza Eluana.Le abbiamo voluto sempre più bene, man mano che passavano gli anni e la ferita si esacerbava mille volte di nuovo e noi intanto diventavamo grandi o vecchi, nascevamo e ci ammalavamo e, qualcuno, morivamo: e quel viso di ragazza continuava a guardarci illeso dal tempo e dalla sventura. Prima della fotografia, i ritrattisti delle famiglie del nord d’Europa, di quelle che potevano permetterselo, dipingevano una volta all’anno il gruppo di famiglia, sicchè sulle pareti domestiche scorrevano le generazioni, i bambini diventavano adulti, gli adulti vecchi, matrimoni rinnovavano la scena, nuovi nati facevano la loro comparsa. In quelle gallerie di quadri ricordo, c’erano alcune figure di bambini o di giovani che non cambiavano più aspetto, il tempo non le lavorava più, perchè erano morti giovani o bambini, e una rossa crocetta dipinta sopra la testa avvertiva della loro perdita, ma non si aveva cuore di espellerli dal gruppo.

Il signor Englaro, rifiutandosi, contro la propria presumibile convenienza, di esporre le fattezze di Eluana se non fino al punto in cui l’ebbe perduta, ha suscitato in tutti noi lo stesso risultato pieno d’affetto e di rimpianto. Abbiamo voluto bene a quella ragazza meravigliosa, al modo in cui i suoi occhi continuavano a guardarci così da lontano, così da vicino, e l’abbiamo rimpianta come una nostra compagna di viaggio insieme perduta e illesa.

Abbiamo voluto bene, ogni giorno di più, anche alla Eluana che non vedevamo, che non abbiamo mai visto, nella quale la ragazza dagli occhi profondi si continuava e si consumava, e abbiamo avuto pietà di lei e di noi. Quel padre che, chiuso in un suo cerchio senza uscita, combinava e ricombinava senza ostentazione e senza falso pudore le belle fotografie della sua creatura, come per ricominciare ogni volta a far scorrere la vita della sua carissima figlia prima che la promessa si spezzasse, ce l’ha fatta amare, senza proporselo. Senza proporsi altro se non di avere la legge dalla propria parte, e le persone, perchè una buona legge dev’essere dalla parte delle persone e del loro dolore. L’ha conservata così, nella memoria di una comunità che l’aveva adottata, benchè si lacerasse sul suo destino.

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Non poteva esserci scempio peggiore!

Febbraio 8th, 2009 Pietro B. Posted in commenti | 1 Comment »

di EUGENIO SCALFARI
[da la Repubblica dell’8 febbraio 2009]

IL CASO ENGLARO appassiona molto la gente poiché pone a ciascuno di noi i problemi della vita e della morte in un modo nuovo, connesso all’evolversi delle tecnologie. Interpella la libertà di scelta di ogni persona e i modi di renderla esplicita ed esecutiva. Coinvolge i comportamenti privati e le strutture pubbliche in una società sempre più multiculturale. Quindi impone una normativa per quanto riguarda il futuro che garantisca la certezza di quella scelta e ne rispetti l’attuazione.

Ma il caso Englaro è stato derubricato l’altro ieri da simbolo di umana sofferenza e affettuosa pietà ad occasione politica utilizzabile e utilizzata da Silvio Berlusconi e dal governo da lui presieduto per raggiungere altri obiettivi che nulla hanno a che vedere con la pietà e con la sofferenza. Non ci poteva essere operazione più spregiudicata e più lucidamente perseguita.

Condotta in pubblico davanti alle televisioni in una conferenza stampa del premier circondato dai suoi ministri sotto gli occhi di milioni di spettatori.

Non stiamo ricostruendo una verità nascosta, un retroscena nebuloso, una opinabile interpretazione. Il capo del governo è stato chiarissimo e le sue parole non lasciano adito a dubbi. Ha detto che “al di là dell’obbligo morale di salvare una vita” egli sente “il dovere di governare con la stessa incisività e rapidità che è assicurata ai governanti degli altri paesi”.

Gli strumenti necessari per realizzare quest’obiettivo indispensabile sono “la decretazione d’urgenza e il voto di fiducia”; ma poiché l’attuale Costituzione semina di ostacoli l’uso sistematico di tali strumenti, lui “chiederà al popolo di cambiare la Costituzione”.

La crisi economica rende ancor più indispensabile questo cambiamento che dovrà avvenire quanto prima. Non ci poteva essere una spiegazione più chiara di questa. Del resto non è la prima volta che Berlusconi manifesta la sua concezione della politica e indica
le prossime tappe del suo personale percorso; finora si trattava però di ipotesi vagheggiate ma consegnate ad un futuro senza precise scadenze. Il caso Englaro gli ha offerto l’occasione che cercava.

Un’occasione perfetta per una politica che poggia sul populismo, sul carisma, sull’appello alle pulsioni elementari e all’emotività
plebiscitaria.

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Barack Obama: una speranza per il futuro

Novembre 5th, 2008 Pietro B. Posted in Citazioni, commentatore | No Comments »

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Ecco il discorso con cui Barack Obama ha celebrato la vittoria a Chicago.
 
Obama: Ciao, Chicago.
Se c’è qualcuno lì fuori che ancora dubita che l’America sia un posto dove tutto è possibile; che ancora si chiede se il sogno dei nostri padri fondatori
è vivo ai nostri tempi; che ancora mette il dubbio il potere della nostra democrazia: questa notte è la vostra risposta.
 
E’ la risposta delle code che si allungavano intorno alle scuole e alle chiese in numeri che questa nazione non aveva mai visto, della gente che ha aspettato
tre e quattro ore, molti per la prima volta nella vita, perché credevano che questa volta dovesse essere diverso, che le loro voci potessero fare la differenza.
E’ la risposta che viene dai giovani e dai vecchi, dai ricchi e dai poveri, democratici e repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, indigeni americani,
gay, eterosessuali, disabili e no.
Gli americani hanno mandato un messaggio al mondo: non siamo mai stati solo una lista di individui o una lista di stati rossi e stati blu. Siamo, e sempre
saremo, gli Stati Uniti d’America.
 
E’ la risposta che ha guidato quelli che si sono sentiti dire per tanto tempo di essere cinici e spaventati e dubbiosi su quello che possiamo ottenere,
mettendo le loro mani sull’arco della storia e piegandolo una volta di più alla speranza di un giorno migliore. C’è voluto molto a venire, ma stanotte,
per quello che abbiamo fatto in questo giorno in questa elezione in questo momento cruciale, il cambiamento è arrivato in America.
 
Poco fa stasera ho ricevuto una bellissima telefonata dal senatore McCain. Il senatore McCain ha combattuto lungamente e duramente in questa campagna e
ha combattuto anche più lungamente e duramente per il paese che ama. Ha sopportato sacrifici per l’America che la maggioranza di noi neanche possono immaginare.
 
Siamo tutti migliori per i servigi resi da questo coraggioso, altruista leader. Mi congratulo con lui e mi congratulo col governatore Palin per quello che
sono riusciti a fare. E aspetto con ansia di lavorare con loro per rinnovare la promessa della nazione nei mesi a venire.
 
Voglio ringraziare il mio compagno in questo viaggio, un uomo che ha fatto campagna dal cuore e ha parlato per gli uomini e le donne con cui è cresciuto
nelle strade di scranton … E con cui è andato in treno verso casa nel delaware, il vicepresidente eletto degli Stati Uniti, Joe Biden. E non sarei qui
stasera senza il sostegno incrollabile della mia migliore amica degli ultimi 16 anni, la roccia della nostra famiglia, l’amore della mia vita, la prossima
first lady del paese… Michelle Obama.
 
Sasha e Malia… Vi amo più di quanto potete immaginare. E vi siete guadagnate il nuovo cucciolo che verrà con noi alla Casa bianca.
 
E anche se non è più con noi, so che mia nonna sta guardando, insieme alla famiglia che mi ha fatto quello che sono. Mi mancano stanotte. So che il mio
debito verso di loro è incommensurabile.
 
A mia sorella Maya, a mia sorella Alma, a tutti gli altri fratelli e sorelle grazie per tutto il sostegno che mi avete dato, vi sono grato. E al manager
della mia campagna, David Plouffe… L’eroe silenzioso di questa campagna, che ha costruito la migliore campagna politica, credo, della storia degli Stati
Uniti d’America. E al mio principale stratega David Axelrod, che mi ha accompagnato in ogni passo della via. Alla migliore squadra di campagna mai messa
insieme nella storia della politica: è merito vostro e vi sono grato per sempre per i sacrifici che avete fatto perché accadesse.
 
Ma soprattutto, non dimenticherò mai a chi appartiene davvero questa vittoria. Appartiene a voi. Appartiene a voi. Non sono mai stato il candidato più probabile
per questo incarico. Non abbiamo cominciato con molti soldi o molti sostegni. La nostra campagna non è nata nei corridoi di Washington. E’ iniziata nei
cortili di Des Moines e nei salotti di Concord e sui portici di Charleston.
 
E’ stata costruita da uomini e donne che lavorano che che hanno tirato fuori i pochi risparmi che avevano per donare 5, 10, 50 dollari alla causa. Ha tratto
forza dai giovani che hanno rifiutato il mito dell’apatia della loro generazione; che hanno lasciato le case e le famiglie per lavori che davano loro pochi
soldi e ancor meno sonno. Ha tratto forza dai non più giovani che hanno affrontato il freddo intenso e il caldo afoso per bussare alle porte di assoluti
sconosciuti, e dai milioni di americani che si sono offerti volontari e hanno organizzato e dimostrato che oltre due secoli dopo, un governo della gente,
dalla gente e per la gente non è scomparso dalla terra.
 
Questa è la vostra vittoria. E so che non l’avete fatto solo per vincere le elezioni. E so che non l’avete fatto per me. L’avete fatto perchè capite l’enormità
del compito di fronte a noi: mentre celebriamo stanotte, sappiamo che le sfide che ci porterà domani sono le più grandi della nostra epoca: due guerre,
un pianeta a rischio, la peggior crisi finanziaria da un secolo.
 
Anche mentre siamo qui stasera sappiamo che ci sono coraggiosi americani che si svegliano nei deserti dell’iraq e fra le montagne dell’Afghanistan per rischiare
le loro vite per noi. Ci sono madri e padri che restano svegli quando i bambini dormono e si chiedono come pagheranno il mutuo o le parcelle del medico
o come risparmieranno abbastanza per mandarli all’università.
 
C’è una nuova energia da sfruttare, nuovi lavori da creare, nuove scuole da costruire, minacce da affrontare, alleanze da riparare.
 
La strada davanti a noi sarà lunga. La salita sarà ripida. Forse non ci arriveremo in un anno o nemmeno in un mandato. Ma, America, non ho mai nutrito tanta
speranza come stanotte che ci arriveremo. Ve lo prometto, noi come popolo ci arriveremo.
 
(Pubblico: ‘Sì possiamo. Sì possiamo’)
 
Ci saranno ricadute e false partenze. Ci sono molti che non saranno d’accordo con tutte le decisioni e le politiche che seguirò da presidente. E sappiamo
che il governo non può risolvere ogni problema. Ma sarò sempre onesto con voi sulle sfide che affrontiamo. Vi ascolterò, soprattutto quando non saremo
d’accordo. E soprattutto vi chiederò di partecipare nell’opera di rifare questo paese, nell’unico modo in cui l’abbiamo fatto in america per 221 anni,
pezzo a pezzo, mattone dopo mattone, mano callosa su mano callosa.
 
Quel che è cominciato 21 mesi fa nel profondo dell’inverno non può finire in questa notte d’autunno. Da sola questa vittoria non è il cambiamento che vogliamo.
E non potrà succedere se torniamo alle cose com’erano. Non può succedere senza di voi, senza un nuovo spirito di servizio, un nuovo spirito di sacrificio.
 
Quindi richiamiamo un nuovo spirito di patriottismo, di responsabilità, in cui ognuno di noi si decide a partecipare e lavorare più duro e a badare non
solo a noi stessi ma agli altri.
 
Ricordiamoci che se questa crisi finanziaria ci ha insegnato qualcosa, è che non è possibile che Wall street prosperi mentre Main street (la gente comune)
soffre. In questo paese, cresciamo o affondiamo come una nazione sola e un popolo solo. Resistiamo alla tentazione di ricadere nelle stesse divisioni e
nelle stesse meschinità e immaturità che hanno avvelenato così a lungo la nostra politica.
 
Ricordiamoci che ci fu un uomo di questo stato che per primo portò la bandiera del partito repubblicano alla casa bianca, un partito fondato sui valori
della fiducia in se stessi e delle libertà individuali e dell’unità nazionale. Sono valori che tutti condividiamo. E se il partito democratico stanotte
ha ottenuto una grande vittoria, lo facciamo con umiltà e determinazione per sanare le spaccature che hanno frenato il nostro progresso.
 
Come Lincoln disse a una nazione ben più spaccata della nostra, non siamo nemici ma amici. Le emozioni possono forzare ma non devono spezzare i legami dell’affetto.
E a quegli americani di cui devo ancora conquistare l’appoggio: non avrò ottenuto il vostro voto stasera ma sento le vostre voci. Mi serve il vostro aiuto.
E sarò anche il vostro presidente.
 
E a tutti coloro che guardano stasera al di là delle nostre spiagge, dai parlamenti e dai palazzi, a quelli che si raccolgono intorno alle radio negli angoli
dimenticati del mondo; le nostre storie sono diverse ma condividiamo lo stesso destino; una nuova alba della leadership americana è a portata di mano.
 
A quelli… A quelli che vorrebbero distruggere il mondo: vi sconfiggeremo. A quelli che cercano pace e sicurezza: vi sosteniamo. E a tutti coloro che si
sono chiesti se il faro dell’America brilla ancora: stanotte abbiamo dimostrato una volta di più che la vera forza del nostro paese non viene della potenza
delle nostre armi o dalle dimensioni della nostra ricchezza ma dal potere perpetuo dei nostri ideali: democrazia, libertà, possibilità, speranza incrollabile.
 
E’ questa la vera forza dell’America: che l’America sa cambiare.
 
La nostra unione può essere migliorata. Quel che abbiamo già ottenuto ci dà speranza per quel che possiamo e dobbiamo ottenere domani.
 
Questa elezione ha visto molte prime, molte storie che saranno raccontate per generazioni. Ma una che ho in mente stasera riguarda una donna che ha votato
a atlanta. Somiglia molto ai milioni di altri che si sono messi in fila per far sentire la loro voce in questa elezione, a parte una cosa: Ann Nixon Cooper
ha 106 anni. E’ nata appena una generazione dopo la schiavitù, quando non c’erano automobili in strada né aerei in cielo; quando una come lei non poteva
votare per due ragioni: perché era una donna e per il colore della sua pelle. E stasera penso a tutto quello che ha visto nel suo secolo in America: i
dolori e la speranza, la lotta e il progresso, le volte che ci hanno detto che non potevamo, e la gente che è andata avanti col credo americano: sì che
possiamo.
 
In un momento in cui le voci delle donne venivano fatte tacere e le loro speranze distrutte, lei è vissuta fino a vederle alzarsi in piedi e prendere la
scheda. Sì possiamo. Quando c’era solo disperazione nella polvere e la depressione in tutto il paese, ha visto una nazione che sconfiggeva la paura stessa
con un new deal, nuovi lavori, un nuovo senso di scopo comune. Sì, possiamo.
 
(Pubblico: sì possiamo)
 
Quando le bombe sono cadute sul nostro porto e la tirannia minacciava il mondo, lei era lì a testimoniare una generazione che si elevava all’eroismo e una
democrazia che veniva salvata: sì possiamo.
 
(Pubblico: sì, possiamo)
 
Lei c’era per gli autobus a Montgomery, gli idranti a Birmingham, un ponte a Selma, e un predicatore di Atlanta che disse a un popolo che ‘we shall overcome’,
‘noi ce la faremo’.
Sì, possiamo.
 
(Pubblico: sì, possiamo)
 
Un uomo ha camminato sulla luna, un muro è caduto a berlino, un mondo è stato messo in rete dalla nostra scienza e dalla nostra fantasia. E quest’anno in
questa elezione, lei ha messo il dito su uno schermo e ha votato, perché dopo 106 anni in America, traverso i tempi migliori e le ore più buie, lei sa
come l’America può cambiare. Sì, possiamo.
 
(Pubblico: sì possiamo)
 
America, abbiamo fatto tanta strada. Abbiamo visto tanto.
 
Ma c’è ancora tanto da fare. Stasera chiediamoci: se i nostri figli dovessero vivere fino a vedere il prossimo secolo, se le mie figlie fossero così fortunate
da vivere tanto quanto Ann Nixon Cooper, che cambiamenti vedranno? Che progressi avremo fatto? Questa è la nostra opportunità di rispondere. Questo è il
nostro momento per ridare alla nostra gente il lavoro e aprire porte dell’opportunità ai nostri bambini, per ridare la prosperità e promuovere la causa
della pace; per reclamare il sogno americano e riaffermare quella volontà fondamentale, che di tanti, siamo uno; che finché abbiamo respiro, abbiamo speranza.
E se troviamo davanti a noi il cinismo e i dubbi e chi ci dice che non possiamo, risponderemo con quel credo senza tempo che riassume l’intero spirito
di un popolo: sì, possiamo. Grazie. Dio vi benedica. E dio benedica gli Stati Uniti d’America.
 
(5 novembre 2008)

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Crisi economica: anche le nostre democrazie sono in pericolo?

Ottobre 22nd, 2008 Pietro B. Posted in allarmi | No Comments »

da Il Sole 24 Ore del 22/10/2008

di Carlo Bastasin

Il ritorno in auge della politica sembra inarrestabile e in questa prospettiva la settimana passata rimarrà memorabile per i Governi europei. Il premier britannico Gordon Brown, un cadavere politico fino a dieci giorni fa, è diventato nella pubblicistica anglosassone “il salvatore dell’universo”. Nicolas Sarkozy ha rivelato risorse di leadership tramutando in un successo gli iniziali fallimenti nel coordinamento europeo.
Il presidente francese e Silvio Berlusconi hanno superato il 60% dei consensi, un livello che il premier italiano ha definito «quasi imbarazzante» in democrazia. Angela Merkel ha ottenuto, come accadeva ai sovrani, sia la gratitudine dei banchieri tedeschi sia la loro umiliazione e quindi il consenso nell’opinione pubblica.
Nella facciata rassicurante dei Governi che fanno barriera alla crisi c’è tuttavia una crepa. In tutte le risposte pubbliche c’è stata una notevole dimostrazione di leadership, ma un’altrettanto notevole assenza di confronto democratico. I Parlamenti sono stati irrilevanti, il dibattito su cause e rimedi è rimasto schiacciato sotto la retorica millenarista della fine del mondo. L’opinione pubblica non sembra però avere dubbi, non c’è preoccupazione per la sbrigatività delle procedure parlamentari. La paura del crollo epocale del sistema ha offerto una base di legittimazione irrazionale in cui ciò che disperde la paura non è frutto del faticoso e fallibile negoziato umano, ma di una necessità storica. Così nei sondaggi la leadership è premiata a costo di sacrificare, quasi di buon grado, la democrazia.
E di sacrificio di democrazia si è certamente trattato. Negli Stati Uniti il Congresso, che aveva bocciato il primo piano Paulson, è stato costretto a rivotarlo e a rinnegare se stesso. «Non c’è alternativa» aveva spiegato Bush. Invece l’alternativa c’era: solo una settimana dopo Paulson aveva dovuto ritirare il piano e sostituirlo con uno migliore e copiato dagli europei. Più di chiunque altro era stato John McCain a esemplificare l’inconciliabilità tra crisi e democrazia, proponendo di sospendere la campagna presidenziale americana finché il crollo di Wall Street non fosse finito.
In Germania una procedura di approvazione parlamentare che sarebbe durata quattro mesi è stata sbrigata in una settimana con votazioni che al Bundesrat sono state prive anche di un solo voto di dissenso. In Germania e Francia la dialettica politica si è spostata così fuori dal Parlamento e inevitabilmente ha assunto connotati populistici; si discute non del miglior modello di salvataggio dell’economia, ma di quali punizioni infliggere ai banchieri per placare l’irritazione popolare. In Italia la denuncia dell’opposizione del rischio di regime è parsa rituale, le proteste sull’assenza di un dibattito parlamentare sono sembrate d’intralcio anche perché il dibattito mancato sui contenuti è stato sovrastato dalle retoriche sulla fine del capitalismo. Perfino la voce degli economisti, titolati a discutere le diagnosi, è ripudiata.

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Gaetano Pecorella

Ottobre 14th, 2008 Pietro B. Posted in commentatore | No Comments »

Gaetano Pecorella

Da Wikipedia:

Laurea in giurisprudenza, avvocato penalista, docente universitario in pensione.

Inizia la carriera politica come militante di Potere Operaio, collaborando col servizio giuridico di Soccorso Rosso Militante, poi entra nel movimento della sinistra radicale di Democrazia Proletaria. Successivamente entra a far parte del Partito Socialista Italiano, ed, infine, in Forza Italia.

Dal 1994 al 1998, per due mandati, è stato presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane.

Accusato di favoreggiamento per la strage di Piazza della Loggia. Iscritto al gruppo parlamentare Forza Italia dal 3 maggio 2006, è deputato. Viene considerato come la mente giuridica di Forza Italia. È stato anche avvocato difensore di Silvio Berlusconi.

Porta il suo nome una legge, varata nel secondo governo Berlusconi, che prevede l’inappellabilità da parte del pubblico ministero delle sentenze di proscioglimento. La Corte Costituzionale ha dichiarato però tale legge incostituzionale. Le parole di risposta di Pecorella furono: «questa sentenza è in grado di riaprire processi che già sono in Cassazione e tornerà ad essere decisivo non il giudizio orale e pubblico di primo grado, ma quello d’appello fatto sulle carte scritte» tratte dal Corriere della Sera: sentenza indegna Non è democrazia

Secondo voi un uomo con questo curriculum merita o no di diventare membro della Corte Costituzionale? Certo è che in questa Italia stupiscono poche cose oramai.

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I soldi sono nulla

Ottobre 6th, 2008 Pietro B. Posted in appelli | 2 Comments »

Benedetto XVI 

Benedetto XVI di fronte alla crisi mondiale ed al crollo delle borse dice che “i soldi sono nulla”.

Giusto, sottoscrivo. Ed inizi a rinunciare al “nulla” dei 4 miliardi di euro che la Chiesa Cattolica costa ogni anno all’Italia.

(E per la scuola che ne dite dei 22000 insegnanti di religione  stipendiati dallo Stato?)

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Credit Crunch

Ottobre 5th, 2008 Pietro B. Posted in allarmi | Comments Off

Ci sono espressioni, dal suono sinistro, che sembrano nate per incutere paura. Credit Crunch è una di queste.

Non si vuole qui fare dell’allarmismo. Il problema è che qualcuno non ce la sta raccontando giusta e più ci dicono di stare tranquilli e più ognuno di noi dovrebbe cercare di informarsi meglio e cercare di capire. Io sto cercando di farlo.

E quello che sto capendo non mi fa assolutamente piacere ad iniziare dal fatto che non è assolutamente vero che la crisi finanziaria innescata negli Stati Uniti dai crisi dei mutui subprime non coinvolga l’Europa e l’Italia in particolare e che non sia una crisi solo finanziaria.

E’ già sotto gli occhi di tutti (tranne che dei TG media-rai-nazionali) che siamo in un momento delicatissimo, vedi vicenda Unicredit. Tanti nodi stanno venendo al pettine e saranno dolori per tutti, temo.

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