Quella ragazza che amavamo

Febbraio 10th, 2009 Pietro B. Posted in commenti No Comments »

di ADRIANO SOFRI
da la Repubblica del 10 Febbraio 2009

Ormai la diversità dei pensieri si era tramutata in una dannazione reciproca, una messa al bando, una  insofferenza esasperata. E neanche ora, neanche in hora mortis nostrae, si rimarginerà, temo. Ma, forse solo per un piccolo risarcimento, forse perchè è la cosa più importante, possiamo riconoscerci tuttiquasi tuttiin un acquisto dapprincipio imprevedibile, e che non era nei propositi. Abbiamo tuttiquasi tutti: non fa bene ignorare il cinismo e la cattiveria veravoluto molto bene alla ragazza Eluana.Le abbiamo voluto sempre più bene, man mano che passavano gli anni e la ferita si esacerbava mille volte di nuovo e noi intanto diventavamo grandi o vecchi, nascevamo e ci ammalavamo e, qualcuno, morivamo: e quel viso di ragazza continuava a guardarci illeso dal tempo e dalla sventura. Prima della fotografia, i ritrattisti delle famiglie del nord d’Europa, di quelle che potevano permetterselo, dipingevano una volta all’anno il gruppo di famiglia, sicchè sulle pareti domestiche scorrevano le generazioni, i bambini diventavano adulti, gli adulti vecchi, matrimoni rinnovavano la scena, nuovi nati facevano la loro comparsa. In quelle gallerie di quadri ricordo, c’erano alcune figure di bambini o di giovani che non cambiavano più aspetto, il tempo non le lavorava più, perchè erano morti giovani o bambini, e una rossa crocetta dipinta sopra la testa avvertiva della loro perdita, ma non si aveva cuore di espellerli dal gruppo.

Il signor Englaro, rifiutandosi, contro la propria presumibile convenienza, di esporre le fattezze di Eluana se non fino al punto in cui l’ebbe perduta, ha suscitato in tutti noi lo stesso risultato pieno d’affetto e di rimpianto. Abbiamo voluto bene a quella ragazza meravigliosa, al modo in cui i suoi occhi continuavano a guardarci così da lontano, così da vicino, e l’abbiamo rimpianta come una nostra compagna di viaggio insieme perduta e illesa.

Abbiamo voluto bene, ogni giorno di più, anche alla Eluana che non vedevamo, che non abbiamo mai visto, nella quale la ragazza dagli occhi profondi si continuava e si consumava, e abbiamo avuto pietà di lei e di noi. Quel padre che, chiuso in un suo cerchio senza uscita, combinava e ricombinava senza ostentazione e senza falso pudore le belle fotografie della sua creatura, come per ricominciare ogni volta a far scorrere la vita della sua carissima figlia prima che la promessa si spezzasse, ce l’ha fatta amare, senza proporselo. Senza proporsi altro se non di avere la legge dalla propria parte, e le persone, perchè una buona legge dev’essere dalla parte delle persone e del loro dolore. L’ha conservata così, nella memoria di una comunità che l’aveva adottata, benchè si lacerasse sul suo destino.

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Non poteva esserci scempio peggiore!

Febbraio 8th, 2009 Pietro B. Posted in commenti 1 Comment »

di EUGENIO SCALFARI
[da la Repubblica dell’8 febbraio 2009]

IL CASO ENGLARO appassiona molto la gente poiché pone a ciascuno di noi i problemi della vita e della morte in un modo nuovo, connesso all’evolversi delle tecnologie. Interpella la libertà di scelta di ogni persona e i modi di renderla esplicita ed esecutiva. Coinvolge i comportamenti privati e le strutture pubbliche in una società sempre più multiculturale. Quindi impone una normativa per quanto riguarda il futuro che garantisca la certezza di quella scelta e ne rispetti l’attuazione.

Ma il caso Englaro è stato derubricato l’altro ieri da simbolo di umana sofferenza e affettuosa pietà ad occasione politica utilizzabile e utilizzata da Silvio Berlusconi e dal governo da lui presieduto per raggiungere altri obiettivi che nulla hanno a che vedere con la pietà e con la sofferenza. Non ci poteva essere operazione più spregiudicata e più lucidamente perseguita.

Condotta in pubblico davanti alle televisioni in una conferenza stampa del premier circondato dai suoi ministri sotto gli occhi di milioni di spettatori.

Non stiamo ricostruendo una verità nascosta, un retroscena nebuloso, una opinabile interpretazione. Il capo del governo è stato chiarissimo e le sue parole non lasciano adito a dubbi. Ha detto che “al di là dell’obbligo morale di salvare una vita” egli sente “il dovere di governare con la stessa incisività e rapidità che è assicurata ai governanti degli altri paesi”.

Gli strumenti necessari per realizzare quest’obiettivo indispensabile sono “la decretazione d’urgenza e il voto di fiducia”; ma poiché l’attuale Costituzione semina di ostacoli l’uso sistematico di tali strumenti, lui “chiederà al popolo di cambiare la Costituzione”.

La crisi economica rende ancor più indispensabile questo cambiamento che dovrà avvenire quanto prima. Non ci poteva essere una spiegazione più chiara di questa. Del resto non è la prima volta che Berlusconi manifesta la sua concezione della politica e indica
le prossime tappe del suo personale percorso; finora si trattava però di ipotesi vagheggiate ma consegnate ad un futuro senza precise scadenze. Il caso Englaro gli ha offerto l’occasione che cercava.

Un’occasione perfetta per una politica che poggia sul populismo, sul carisma, sull’appello alle pulsioni elementari e all’emotività
plebiscitaria.

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Combinassum

Novembre 29th, 2007 Pietro B. Posted in commenti, fraseggi No Comments »

di Giorgio Boratto

Hanno ucciso un uomo, è stato un calabrese…combinassiun.
Hanno rubato in un negozio, è stato un napoletano…combinassiun.
Hanno rapinato una banca, è stato un romano…combinassiun.
Hanno sequestrato una ragazza, è stato un sardo…combinassiun.
Hanno violentato una donna, è stato un marocchino…combinassiun.
Hanno costretto a prostituirsi delle bambine, è stato un albanese…combinassiun.
Hanno taccheggiato un supermercato, è stato un rumeno…combinassiun.
Hanno fatto saltare le Twis Tower, sono stati dei terroristi sauditi…combinassiun
Hanno bombardato Baghdad, sono stati degli americani…combinassiun.
Hanno fregato la CEE mettendo letame nei salumi, sono stati degli italiani…combinassium.
Hanno assassinato un magistrato, è stato un mafioso siciliano…combinassiun.
Hanno massacrato i genitori, è stato il figlio…combinassiun.
Hanno ucciso dei figli, è stato il padre…combinassiun.
Hanno ucciso dei bambini, è stata la madre…combinassiun.
Non è intelligente fare di tutta l’erba un fascio…combinassiun.
Fare un fascio…combinassiun.
Fare…combinassiun.
Dire…combinassiun.
Combinassiun.

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Commento e Risposta

Giugno 16th, 2007 Pietro B. Posted in commenti No Comments »

Un commento ricevuto da Walter Boni il 16 Giugno 2007 (su altro bog):

Non puoi credere in Dio se non lo cerchi.
Atti 17 26 E ha fatto da un solo [uomo] ogni nazione degli uomini, perché dimorino sull’intera superficie della terra, e ha decretato i tempi fissati e i limiti stabiliti della dimora degli [uomini], 27 perché cerchino Dio, se possono andare come a tastoni e realmente trovarlo, benché, in effetti, non sia lontano da ciascuno di noi.
Poi lo devi conoscere, perchè non si può credere in COLUI che non conosci
Romani 1:20 Poiché le sue invisibili [qualità], perfino la sua sempiterna potenza e Divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo, perché si comprendono dalle cose fatte, così che sono inescusabili

La mia risposta:

Pensavo di conoscerlo, almeno ero stato educato a pensarla in questo modo.

Poi ho capito che ne conoscevo solo una versione e che tutte le altre si accusano vicendevolmente di falsità.

Ora penso che bisogna partire dalla negazione di dio per incontrarlo o per convincersi che siamo stati noi a crearlo.

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Quelle brutte storie di bambini

Marzo 27th, 2004 Pietro B. Posted in commenti No Comments »

di Adriano Sofri

[da la Repubblica del 27/03/04]

NON so quasi niente delle cose di cui scrivo, e questa volta ancora meno. Scrivo d´azzardo a proposito di un´affinità fra le prove di guerra civile in Kosovo e il derby abolito allo stadio Olimpico. Domenica sera, all´Olimpico, sulla scorta di qualche episodio minore ? un´auto della polizia che avanza contro gruppi di ultrà, un giovane in curva intossicato dai fumogeni ? si diffonde la voce che un ragazzo è morto, travolto da una camionetta della Celere. Un bambino, o un sedicenne… Pochi giorni prima, a Cabra, un villaggio vicino a Kosovska Mitrovica, tre bambini d´etnia albanese, di 13, 11 e 9 anni, erano morti annegati nell´Ibar, dove s´erano gettati per scampare a un gruppo di ragazzi serbi che l´inseguivano coi cani.

Un quarto bambino s´era salvato. La commozione per i piccoli martiri è enorme. Nei giorni successivi divampa la rivolta kosovaro-albanese in tutto il paese: decine di morti, centinaia di feriti, chiese e case devastate, feriti e presto anche morti fra i militari dell´Onu. A Belgrado, a Ni? e nel resto della Serbia risponde la violenza serbista. Intanto la versione dei fatti che ha suscitato l´incendio è andata in crisi. Sembra inverosimile la presenza di ragazzi serbi in una zona lontana dalla loro. I cani diventano un solo bulldog, e anche quello è messo in dubbio. Quel punto dell´Ibar, s´avverte, è noto per le sue correnti micidiali. Contestata dai serbi, la versione originaria è messa in dubbio anche dalle Nazioni Unite.

Così vanno le cose. In uno stadio, un tifoso può essere ammazzato sotto gli occhi di tutti - successe a Roma, e la partita si giocò. Possono esserci una quantità di cadaveri in giro - successe all´Heysel, e si giocò la partita. Può esserci una diceria fantastica, il fantasma d´un bambino, o un sedicenne, travolto da un´auto della polizia, e la partita non s´è giocata. Il fantasma d´un ammazzato, tanto più se è un ragazzo, commuove dei tifosi perseguitati dal destino e dalla malignità dei nemici, e ne rovescia l´offesa contro gli assassini - la polizia. I bambini kosovari sono morti davvero annegati, benché forse non ci fossero cani e ragazzi serbi a braccarli: non ce n´era bisogno, perché si scatenasse la ribellione contro la minoranza superstite dei serbi e le truppe internazionali. È molto meno ragionevole pensare che i dimostranti kosovari, e i tifosi romani, non credessero al ragazzo ammazzato dalla polizia davanti all´Olimpico, o ai ragazzi spinti nelle acque dell´Ibar a Cabra, e avessero deciso di servirsi di quei racconti per un proposito che non aspettava se non l´occasione.

La gente ci crede. Ci crede, e dopo un momento è disposta a giurare di averli visti coi propri occhi, i feroci cani serbi, di averla ascoltata con le proprie orecchie, la voce della madre del ragazzo che dice che gliel´hanno ammazzato. È molto più difficile immaginare che qualcuno abbia macchinato la cosa, inventato di sana pianta la notizia, preparato le sue truppe alla guerra. Il capitano di una curva non dev´essere molto diverso da un capo dell´Uck, non nella capigliatura, direi, e neanche dentro la testa: è l´ufficiale di un potere alternativo e supplente, che aspetta di esercitarsi senza l´intralcio dei poteri ufficiali e intrusi, la polizia italiana, l´Unmik internazionale. Il capitano d´una curva o il capo dell´Uck è commosso davvero - hanno ammazzato un nostro ragazzo, affogato i nostri bambini - e responsabile davvero: tocca a noi vendicare la ferita, e prima di tutto mostrare quel senso rigoroso di moralità che i fantocci delle autorità ufficiali hanno sempre mancato, facendo giocare partite col morto, coi morti, con le stragi.

Noi siamo il potere vero - le curve, la società civile - e per prima cosa surclassiamo il potere ufficiale con la nostra determinazione al lutto e all´ordine, alla commozione e al sacrificio: dunque giù gli striscioni, e abroghiamo il secondo tempo. Subito dopo - perché il lutto virile dura il tempo dell´onore, e già preme il tempo della battaglia - subito dopo si va all´assalto della polizia, tutti uniti, senza distinzione di magliette. Incendi, distruzioni, qualche centinaio di feriti a Roma; 31 morti, qualche centinaio di feriti, incendi e devastazioni in Kosovo. Le proporzioni sono salvate. Come si propaga una voce del tutto falsa in uno stadio gremito? Ma è la storia più vecchia del mondo. Basta rileggere i “Promessi Sposi”, cioè no: i “Promessi Sposi” più i telefonini. Perché la voce sul ragazzo ammazzato non è una “leggenda metropolitana”. Le leggende metropolitane hanno una loro lenta durata, nascono in qualche punto irrintracciabile, passano per una segreta incubazione, e quando si fanno conoscere hanno ormai vinto.

Una diceria che sfrutta una folla enorme ammucchiata in un catino, come in un colossale gioco del telegrafo - una colossale ola del telegrafo - e supera di colpo la distanza da chi sta fuori e l´ostilità tra le fazioni di dentro grazie ai telefonini: la leggenda metropolitana giocata in un corto circuito. I telefonini, e il gregarismo della folla - di una folla semimilitarizzata e similfascista, come quella degli ultrà delle curve romane - spiegano la scomparsa repentina e concorde degli striscioni, che nessun complotto preordinato saprebbe spiegare.

Salvo che si abbia un´inclinazione a sospettare complotti, e a crederci. Questa inclinazione regna, ancora troppo misconosciuta, sulla terra. L´incredulità è un´irresistibile forma di occultismo di massa. Per esempio: gli ultrà d´opposto colore credono che uno di loro - non importa di chi - sia stato schiacciato da una camionetta nemica. Il vasto e sequestrato pubblico degli spettatori ordinari ascolta gli appelli di prefetto e questore che avvertono della falsità della notizia, e ne ricavano la conferma della sua verità. Che cos´è infatti la verità, se non il contrario di quello che giurano le autorità, tanto più in una situazione d´emergenza e di panico? A Madrid è appena successo, a Washington lo stanno appunto denunciando… (”Tutto quello che sai è falso”, è il titolo adescatore di uno dei tanti libri del filone, che vanta d´essere alla sesta edizione…).

A Roma c´è stato un impercettibile incidente: prefetto e questore dicevano proprio la verità, nel loro mortificato megafono. L´hanno detta sette volte: si poteva credere a una verità ripetuta sette volte solennemente? A loro volta le autorità, prefetto, questore, non possono credere a una simile pazzia - un morto che non c´è, una folla vicina al parossismo, due o tre caporioni che ordinano di smettere il gioco - se non come a una cospirazione ordita da lontano, per esautorarli, e con loro screditare ogni autorità costituita. Una peculiare paranoia guida le reazioni di ciascuna parte del gioco. Ciascuna è dominata dal sospetto, e dall´impulso a una reazione di difesa, destinata a diventare una mossa preventiva, perché in realtà niente, o quasi, era successo, e il sospetto ha sostituito il fatto. Basta una scintilla: il sospetto è la più incendiaria delle scintille. Naturalmente, una quantità d´altre partite si giocano. I debiti di Roma e Lazio. Gli affari delle bande ultrà. L´indipendenza del Kosovo albanese. La rivalsa della Metohjia serba. La cantonalizzazione. L´incendio dei monasteri, la distruzione delle moschee… Sinisa Mihajlovic ha fatto subito la somma: «Mi sembrava d´essere in Serbia». La Jugoslavia, buonanima, cominciò la sua guerra civile da una partita di calcio fra Belgrado e Zagabria.

La cronaca quotidiana - che poi sarà la sussiegosa storia di dopodomani - non fa che moltiplicare le prove della versatile intelligenza paranoica contemporanea. Untori, agenti doppi, promotori finanziari col braccio sulla spalla spaventata di Totti. E alla fine, negli attori, un senso di vuoto. Sentono la mancanza del ragazzo ammazzato dalla polizia - il ragazzo che non c´era, né vivo né morto. Non rinunciano a consolarsi dei bambini annegati chiamando in causa i cani e i ragazzi rabbiosi che li rincorrono fino all´acqua fredda. Se per un momento si ceda alla nostalgia della vita degna di fede, delle apparenze senza inganno, ecco che un ragazzetto s´avanza, con un maglione troppo largo e gonfio, e le guardie ossessionate dal sospetto gli ordinano di fermarsi e spogliarsi - e il ragazzetto si taglia le bretelle, cercando di far bene, di contentare gli ordini degli uomini, e se ne resta a mani alzate mettendo in mostra la sua cintura esplosiva. Difficile restar fedeli al principio che non vedere un complotto che c´è sia meglio che vedere complotti dove non ci sono - era la mia massima, adesso non so più. So che la rettifica assomiglia sinistramente all´inversione di quell´altra bella massima: meglio novantanove colpevoli a spasso che un innocente in galera. (Strana, ora che ci penso: novantanove pecorelle si smarrirono, e una restò col pastore).

L´obiezione di coscienza all´intelligenza gelosa e paranoica fa vedere il mondo, temo, con un più amaro pessimismo. I complotti sono feroci e micidiali, ma si possono sventare. Le cospirazioni della buona fede sono intrattabili. Domenica le curve dell´Olimpico hanno preso in ostaggio la vasta maggioranza degli spettatori, avanguardia militante di una società civile che può non volerla, o addirittura aborrirla, ma non sa come guardarsene. Un problema assai simile s´era posto nella grande manifestazione per la pace del giorno prima, ancora a Roma. Non si faccia l´errore di pensare che nelle strade di Roma per la pace si giocasse la partita universale, e allo stadio Olimpico solo la specialità calcistica, dopotutto marginale: piuttosto il contrario. Oltretutto, nella tribuna romana siede lo Stato, unitario e trasversale. Nel sabato e nella domenica, provocatori e infiltrati hanno poca parte. Conta la buona fede. Versioni concorrenti di società civili tentate d´avanzare la loro opzione sul potere. La polizia è messa da parte o assaltata, la giustizia penale è in bilico - per il momento arresta qualche padrone di squadre di calcio, qualche capo ultrà. Fra qualche ultrà si preparano già monetine e sputi con cui accompagnare la caduta dei padroni di squadre. In politica era già successo.

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Il sogno di Silvio

Dicembre 20th, 2003 Pietro B. Posted in commenti No Comments »

Logo 20.12.03

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di Isabella Gilla

[eccezionalmente dai commenti di ItaliaBlogOltre]

Quella che vado a raccontarvi è la storia di come i miracoli a Natale, succedano, esistano, ci sono o almeno provano ad esistere nei nostri sogni!
Mancavano circa 2 settimane a Natale e quel giorno Silvio aveva tanto freddo e tanta fame, ed era triste perché a casa come ogni anno avrebbe lasciato a pancia vuota i suoi 2 bei figlioli (una femminuccia di 15 e un maschietto di 10) e la sua esuberante mogliettina che lo aspettavano.

Anche se la mogliettina esuberante aspettava di solito altri e non a casa, bensì in un posto un pò più arieggiato ovvero il casello dell’autostrada A4 Milano - Venezia. Silvio e l’allegra, ma non troppo famigliola vivono vicino alla stazione di Milano in case occupate, così le chiamano, dice Silvio, perché ci siamo noi dentro che le occupiamo, domani quando il comune se le verrà a riprendere le chiameranno case disoccupate, un po’ come la gente che ci abita.

Un lavoro ce lo aveva pure, era uno dei tremila operai (cioè quelli che operano…si ma non sono dottori) della “Mondadori, Entertainment, Media Video, Rizzoli, Mediaset S.p.a”, ma l’idea di stare li ancora sottopagato fino alla fresca età di 65 anni non lo rendeva certo più felice. Arriva il 24 dicembre ore 20.00 finalmente è finita, Silvio esce da lavoro, se così è giusto chiamarlo, dalle 6.00 alle 20.00 orario flessibile, è la vigilia di Natale.

Silvio, come ogni buon italiano medio che lavora nel nord produttivo che si rispetti, a Natale si è preso all’ultimo momento, per gli ultimi regali e le ultime leccornie da aggiungere alla duecento portate del 25 (che poi, piccola riflessione del narratore, alla fin fine sarebbe la festa per il compleanno di Gesù e non la festa degli obesi). Il problema è che Silvio non ha ancora cominciato con i regali e le leccornie e la sua busta che paga poco parla chiaro (…nel millennio tecnologico le buste parlano!).

Tagli sulle spese del personale, tagli sull’assistenza sanitaria, tagli su….meglio non continuare seno Silvio potrebbe tra le tante cose tagliarsi…le vene. Silvio nella strada verso casa è sempre più triste, Piersilvio dalla televisione collegata al cavo della famiglia che sta a due piani sopra il loro ha visto dei pupazzetti strafighi tecnologici deportati direttamente dagli U.S.A. che vorrebbe a tutti i costi come regalo, la figlia invece vorrebbe tutto il kit completo dei ragazzi di saranno famosi tutina e fascetta con sudore della De Filippi incorporato e la moglie invece…bhe con quella va al risparmio i regali se li fa già da se.
Silvio assorto nei suoi pensieri si scontra niente po po’ di meno che con un tizio extra elegantissimo, super lusso. Questo tale emanava talmente tanto profumo che in contrasto al puzzo di Silvio avrebbero potuto dare vita alla più letale bomba batteriologica mai esistita, da vendere subito agli americani i quali gli avrebbero dato la possibilità di risolvere tutti i suoi problemi finanziari. E’ proprio vero quando si dice…DIO BENEDICA L’AMERICA.

Comunque torniamo a quell’incontro - scontro, Silvio aveva colpito un pezzo grosso perché arrivarono subito sette energumeni dotati di mitra e kalasnikov a soccorrerlo, mettendo Silvio con le spalle al muro. Silvio tremante non capiva più che gli stava succedendo, il tutto era talmente inverosimile che o lui si era calato o aveva bevuto qualcosa di veramente forte, e questo lo riempiva di gioia visto che non aveva speso neanche mezzo euro (l’unico pezzo grosso che gli era rimasto in tasca), o che in Italia la gente non era assolutamente normale.

Si perché prima forse all’inizio della storia c’è sfuggito un piccolo particolare un’inezia, Silvio è albanese lui come tutta la sua famiglia di Tirana sono arrivati a Milano grazie alla moltitudine di traghetti della ormai avviata societa’ Caronte S.p.a.. (Ma a Milano non ce il mare…ok una parte l’avranno fatta a piedi mica gli dobbiamo dare tutto in mano a sti stranieri che poi si abituano male). Ma torniamo a Silvio e il tizio impomatato.

Dopo essere stato palpeggiato malamente dagli energumeni di prima (culattoni raccomandati sadomaso…aleggia nella mente del povero malcapitato), viene portato dritto dritto nel super mega store max trade center dove mai avrebbe creduto di finire la vigilia di Natale: la questura.

Silvio infreddolito impaurito si sentiva quasi l’iceber scontrato dal titanic quanto erano premonitrici di una vera catastrofe le parole di quel tizio ai suoi scagnozzi:…portatelo in questura lo rimanderanno a casa giusto giusto per mangiare il pandoro Bauli al pranzo delle 13.00 dopo la Messa disse. Silvio chiede di scambiare due parole in privato con il signorotto prima di essere spedito davanti al giudizio universale e l’alto potere glielo concede.

Tremante e con il cuore rivolto sempre alla famigliola allegra, adesso proprio per niente, che lo aspettava a casa, si avvicina al signorotto che per comodità e per la legge sulla privacy chiameremo, d’ora in poi, imbecille. Dicevamo i due si siedono sulla fredda panchina posta proprio dietro l’angolo di via Monte Napoleone, posto sciccosissimo, Silvio prende coraggio e guardando l’imbecille dentro le palle degli occhi (visto che erano le uniche palle che aveva) gli disse: sa, negli occhi della gente c’e scritta la loro vita, le gioie i dolori, le paure, le sicurezze, ovvero la verità.

Io non so chi è lei e nemmeno m’interesse se devo essere sincero, uno importante, penso anche più di nostro signore Gesù Cristo se è in potere di decidere del destino mio e di tutta la famiglia. Anche se, continua, guardandola negli occhi vedo in lei tanta tristezza, tanta amarezza, tanto bisogno di una pacca sulla spalla, di un abbraccio dei suoi cari…l’imbecille tutto ad un tratto lo blocca, si alza e con un battito di mani tipo mago pancione fa comparire i suoi scagnozzi che lo afferrano per le braccia.

Silvio resiste ancora un attimo davanti all’imbecille pregandolo di guardarlo dritto negli occhi e dirgli invece lui che cosa leggeva che cosa vedeva. L’imbecille alzo gli occhi per un attimo ma quasi colto dall’angina pectoris, abbasso subito lo sguardo e si lascio quasi cadere. Silvio portato via come un ladro non si senti in grado di serbare odio per quel triste e vile uomo al quale ormai era rimasta l’ombra di se stesso come unico fedele amico e servitore. Era strano e quasi comico come le parti dell’inquisitore e l’inquisito in quell’attimo si fossero capovolte, erano gli occhi dell’imbecille che chiedevano aiuto a Silvio e non viceversa.

Nella strada che portava alla questura Silvio vedeva riflesso dal finestrino dell’auto, persone dalle più strane alle cose più variopinte….forse l’effetto dell’alcool mai bevuto…una grande festa…i cui ospiti d’onore nella lista erano lui, la sua allegra famigliola, Mohamed e famiglia, Ibrahim del terzo piano, la signora Jasmine del primo e tanti altri…ma non era un sogno, era arrivato alla questura.

Porca miseria zozza…erano tutti fuori ad aspettare e ad aspettarlo per il grande veglione Natalizio, in fila come se dovessero ritirare la calza della befana. “Ma che calza e calza”, esprime in maniera un po’ più colorita, uno degli invitati alla pseudo festa, “…ci sono venuti a prendere alle 20 ci hanno fatto un’imboscata sti bastardi e adesso stanno dividendo i buoni dai cattivi, regalino o carboncino”. Tutti cattivi, tutti carboncini evviva!!!.

Erano le 23.59 e tra un minuto la mezza notte: Natale!!! Nelle piu’ belle favole di Natale che si rispettino, alla mezzanotte succede sempre qualcosa di meraviglioso: un fiocco di neve accarezza il volto di un bambino o una famigliola davanti alla tavola imbandita si abbraccia e si bacia o succede che un gruppo di emigrati (Silvio e compagnia) vengano lasciati liberi di vivere una vita da persone libere, liberi di mangiare, di lavorare, di dormire…naaa cosa troppo fantascientifica; tecnologia e scienza hanno ancora da lavorare per arrivare a cotanta scoperta! Abbiamo il cellulare con la tv, il dvd, la playstation e il microonde incorporato ma questo, la libertà no!

Questo finale come dicevamo è tipico delle favole o dei fantastici film di Natale targati U.S.A. non Italy quelli sono troppo dementi non arrivano a cotanto scontato bel finale. Silvio e combriccola avrebbero desiderato tanto di far parte almeno per questa volta queste favole o di queste fantastiche Movies Usa.

Silvio decide quindi chiamando a se tutti gli amici di prendersi per mano in cerchio e di chiudere gli occhi sotto la neve fioccante e il vento pungente (non quello delle favole, ma quello infame dell’interland). Per loro non era così il marciapiede fuori la questura era come in una favola, i bambini che si prendevano a palle di neve e ridevano sotto un grande Albero pieno di doni e un banchetto pieno di cibo.

Tutto ad un tratto la sveglia suona 25 dicembre 2003 ore 9.00 Silvio…Berlusconi Cavaliere, Presidente, Arci Direttore Mega Magnifico si sveglia, anzi no, temporeggia stranito, si guarda attorno, fa un sospiro di sollievo. “Era solo un sogno (dice tra se e se)”, un brutto sogno (commento del narratore bel sogno). Lui povero come un cane, alla pari di quei bifolchi al freddo al gelo, e si fa due risate. Scende dal letto indossa la vestaglia e fa per andare in sala da pranzo passando dal corridoio per la prima colazione.

Si scontra con lo specchio, si guarda…negli occhi, farfuglia istintivamente delle parole: “…negli occhi di una persona c’e scritta la loro vita, le gioie, i dolori, la felicità e la solitudine…” E stranito nuovamente ripensa a quel Silvio del sogno, all’imbecille e si dirige verso la sala per la colazione.

Cerca di raccontare i suoi turbamenti al maggiordomo, che come da ordine costituito, s’inchina senza guardarlo in viso e gli lascia come di consueto i suoi vari quotidiani per la lettura mattutina (suoi visto che è lui il padrone di questi testate). Silvio mentre sorseggia del caffè caldo comincia a sfogliare il primo dei giornali, legge velocemente le prime pagine fino ad arrivare quasi guidato da una foga strana, all’ultima pagina dove in fondo a destra (destra per ovvi motivi) in piccolo legge,: “Gruppo di Extracomunitari muore la notte di Natale. In 35 sfrattati dalle case occupate vicino alla stazione di Milano centrale.
Perdono la vita per aver aspettato 5 ore fuori dalla questura per il rinnovo del permesso di soggiorno previa espulsione da Milano”.
Silvio alla notizia rimane impietrito, rovescia la tazza con il caffè rimasto, non parla e una lacrima riga il suo bel faccione. Colpo di scena…
E si amici miei cari voi non ci crederete ma alla fin fine un piccolo miracolo il giorno di Natale è successo davvero. Silvio il Berlusca è sceso dal suo solitario trono dorato, é venuto tra noi mortali per 24 ore almeno, per 24 ore nostro signore Berlusconi ha smesso di rompere i coglioni!

Buon Natale
Gilla

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Ferrara e Servi

Maggio 1st, 2003 Pietro B. Posted in commenti No Comments »

 [Da il Manifesto di oggi]

- Perché la sede de “Il Foglio” di Giuliano Ferrara è in Via dei Servi 3 a Milano?
- Boh, sarà un caso.

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