Su Dio

Febbraio 7th, 2007 Pietro B. Posted in Dio No Comments »

Citazioni:

Se Dio esiste, spero che abbia una scusa valida.
Daniel Pennac (1944-) da La fata Carabina (1987)

O Dio vuole abolire il male, e non puo’; oppure puo’, ma non vuole; oppure non puo’ e non vuole. Se vuole, ma non puo’, e’ impotente. Se puo’, ma non vuole, e’ malvagio. Ma se Dio puo’ e vuole abolire il male, allora perche’ c’e’ tanto male nel mondo?
Epicuro (ca. 341-270 a.C.)

- Se crediamo a delle assurdita’, commetteremo delle atrocita’.
- Le verita’ della religione non sono mai capite cosi’ bene come da quelli che hanno perso la capacita’ di ragionare.
Voltaire, “Dizionario filosofico” (1764)

Se le religioni rivelate hanno rivelato qualcosa e’ che di solito hanno torto.
Francis Harry Compton Crick (1916-)

Non esiste alcun Dio: l’idea di un Dio dimostra semplicemente che l’uomo non conosce il motivo per cui è qui. Rivela semplicemente tutta la sua impotenza, la sua incapacità di trovare significati. Creando l’idea di Dio , l’uomo può credere in un significato e può vivere questa futile vita pensando che qualcuno si stia prendendo cura di lui.
Osho, Liberi di Essere

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Superiorità del Dio Cristiano

Settembre 15th, 2006 Pietro B. Posted in Dio No Comments »

«Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava»

A quanto pare Papa Benedetto XVI è scivolato sulla buccia di banana di un ragionamento che formalmente corretto ha come corollario l’affermazione della superiorità sull’islam da parte del cristianesimo.

Adesso i media musulmani e non solo sguazzeranno in questo discorso pronunciato all’università di Ratisbona. E avranno un ben dire “guardate i finti dialoganti…”.

Sappiamo tutti che Ratzinger è un fine, finissimo teologo. Ma se da papa parlasse in modo più accorto certo male non farebbe. A forza di nascondersi dietro sofismi capita che qualcuno, vedi i musulmani, finiscono per leggere dietro le deboli paratie delle parole “alte” il suo vero pensiero.

Detto in altri termini il papa ha il diritto di dire quello che vuole ma non di dire cose che possono mettere a repentaglio la sicurezza del suo gregge. Lui deve essere ipocrita (dal suo punto di vista) perché tutte le religioni sono assolutiste!

Ovviamente gli estremisti cristiani e musulmani avranno buon gioco a darsele di santa ragione e speriamo solo eufemisticamente.

Chi vive credendo di essere nella verità, quindi gli adepti di tutte le religioni e di tutte le sette, finisce inevitabilmete per pensare che sia la missione della sua vita e indicazione divina imporla a tutti gli altri.

Non piacerebbe a papa Benedetto XVI salvare tutte le anime anche se con la forza? Dopotutto sarebbe per il loro bene. Ma chissà forse anche il papa qualche piccolo, insignificante dubbio ce l’ha.

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Vecchi Commenti

io vagheggio l’impossibile eventualità ch’egli cessi proprio di parlare…

un saluto, caro PB!

PB

Peter • 15/09/06 05:22pm

Di questi tempi il silenzio aulico… è d’oro.

Elisabetta • 16/09/06 07:25pm

La realtà è che quando un clericale usa la parola libertà intende la libertà dei soli clericali (chiamata libertà della Chiesa) e non le libertà di tutti. Domandano le loro libertà a noi laicisti in nome dei principi nostri, e negano le libertà altrui in nome dei principi loro . ” Gaetano Salvemini

Markus Passion • 19/09/06 06:02pm

dunque questa è l’alter ego di ‘Titolo Provvisorio’, bel blog attento agli accadimenti della cronaca, addirittura un valido complemento all’informazione canonica

narrando [narrando@libero.it] • 02/10/06 12:36am

www.proroberto.it
Anche poco ma fatelo.
Grazie a tutti.

El Alemain • 04/10/06 09:17am

Onore a TE, Pietro B.!
A me parlano gli astri raccontando di un papa che da subito ho definito “Il Papa del Dubbio”, per questo Benedetto Ratzinger mi piace.
Ma a quanto pare t’intendi anche di … sofismi:)
E ai sofismi m’hanno allevato monache e preti, vescovi e cardinali, gesuiti e domenicani.
Quei sofismi voluti a tutti i costi richiamare dall’islam, certo islam che cerca rogna e… la troverà.
Il discorso del papa è stato volutamente equivocato, nei suoi panni io NON avrei chiesto scusa, non sarei tornata sui miei passi.
Chi cerca rogna, come si dice a Roma, da me la trova.
Fondamentalizzarsi su qualcosa in cui credi veramente è d’obbligo, quando si propugna il proprio Allah sol per diventare padroni del mondo.
Mi piace vedere che sai puntare i piedi.
Ad maiora Pietro B.!

bea [mariemarion@gmail.com] • 29/12/06 05:47pm

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Dio Padre (o Padrino?)

Aprile 2nd, 2006 Pietro B. Posted in Dio No Comments »

di Roberto Scarpinato

[da MicroMega n°5 del 30/3/2006]

In Italia, tranne poche minoranze, si è cattolici non per scelta ma per destino culturale. Si nasce e si muore senza interrogarsi quasi mai sui temi della religione: si attraversa un’esistenza scandita dal succedersi di riti battesimi, matrimoni, comunioni, funerali dei quali si è quasi smarrito il senso. Riti che in fondo sembrano servire a tenerci compagnia, a non farci sentire soli nella vita.

Ho cominciato a riflettere sulla religione, e in particolare sul cattolicesimo, quando per motivi professionali ho iniziato a frequentare gli assassini ed ho dovuto constatare che tanti di loro erano cattolici ferventi e praticanti. All’inizio si trattava di killer e di capi della cosiddetta mafia militare, per lo più d’estrazione popolare e di modesta cultura. Ma poi venne la stagione dei colletti bianchi, degli appartenenti alla borghesia mafiosa. Persone che hanno frequentato le nostre stesse scuole e che affollano i migliori salotti. Non sparano in prima persona, ma proteggono gli assassini, li aiutano ad evitare le condanne, fanno con loro affari lucrosi, e a volte chiedono agli specialisti della violenza materiale di rimuovere qualche ostacolo che si trova lungo la strada e che non può essere eliminato con metodi incruenti. Il loro motto è: «Dio sa che sono loro che vogliono farsi ammazzare». Ricordo tra i tanti uno dei più rinomati medici di Palermo, che diventò collaboratore e confessò di essere un mafioso. Lui frequentava la Chiesa e raccontava che suo zio, il quale era pure un capomafia, si recava a pregare sulle tombe di coloro che «era stato costretto ad abbattere».

Quando le indagini alzarono il velo anche sulle complicità di uomini politici potentjssimi, dovetti constatare, passando di sorpresa in sorpresa, che taluni di loro, i quali avevano l’abitudine di recarsi a messa ogni mattina, a volte, dopo essersi fatti l’ultimo segno di croce, si affrettavano a partecipare a summit mafiosi nel corso dei quali si discuteva anche di omicidi.

A questo punto sono stato costretto a pormi una domanda: ma come è possibile che carnefici e vittime preghino lo stesso Dio e che ciascuno di loro sia in pace con se stesso? A volte certe risposte sono sotto il nostro sguardo, ma noi siamo ciechi e non abbiamo occhi per vederle. Il mondo, infatti, è pieno di assassini -ben più feroci di quelli da me conosciuti nella mia esperienza palermitana- che credono in Dio, sono cattolici praticanti, sono in pace con se stessi e che muoiono nel proprio letto, convinti di avere bene operato, confermati in tale convinzione da preti e vescovi che mai li hanno criticati in vita, e li hanno benedetti in morte.

Basterà qualche esempio: che dire del dittatore Pinochet, il quale ha sempre dichiarato di essere un buon cattolico, di essere in pace con se stesso e con Dio, e di avere operato per il bene della patria? E che dire dei generali argentini, che trucidarono migliaia di giovani ordinando che fossero scaraventati da aerei in volo nell’oceano? Nel corso dei rari processi ai quali furono sottoposti, alcuni di questi militari per esibire la loro patente di cattolicità raccontarono di avere iniziato a narcotizzare le vittime, prima di scaraventarle nell’oceano, raccogliendo il suggerimento di alcuni prelati i quali avevano fatto loro notare quanto fosse anticristiano ucciderle in stato di veglia in quel modo crudele.

Il problema dei dittatori latinoamericani non può essere minimizzato, ridimensionandolo alla follia morale di alcune persone particolarmente efferate. La storia insegna che le giunte militari argentine, brasiliane e cilene furono il braccio armato di borghesie latinoamericane che non hanno esitato a fare ricorso al genocidio di massa per difendere il sistema di privilegi che veniva messo in pericolo dalle rivendicazioni popolari. Borghesie di milioni di cattolici, praticanti, che ancora oggi considerano Pinochet, Videla e gli altri militari degli eroi della patria. Per questo motivo non è stato possibile processarli prima ed è difficile processarli oggi: sarebbe come processare un’intera parte della società latinoamericana. Dunque, ritornando alle mie ben più modeste frequentazioni con gli assassini, di che cosa mi meravigliavo?

Il quesito iniziale, ovvero come sia possibile che vittime e carnefici preghino lo stesso Dio e siano in pace con se stessi, non riguardava più soltanto Palermo e la realtà mafiosa, ma si dilatava nello spazio e nel tempo diventando universale. Ed era un quesito che almeno per me esigeva una risposta.
La risposta che ho tentato di darmi è questa: in realtà vittime e carnefici non pregano lo stesso Dio, ma un Dio diverso.

Questo miracolo della moltiplicazione di Dio, della coesistenza di più di un Dio nella stessa Chiesa, avviene grazie al fatto che nella Chiesa cattolica il rapporto tra Dio e il fedele è gestito da un mediatore culturale: un sacerdote, un prelato. Ogni strato, ogni segmento della società, ogni tribù sociale esprime dal suo interno il proprio mediatore culturale con Dio, che dunque è portatore della stessa visione della vita dell’ambiente che lo ha espresso. Esiste così un Dio dei potenti, e un Dio degli impotenti. Un Dio dei mafiosi, e un Dio degli antimafiosi. Un Dio dei dittatori, e un Dio degli oppressi. Così in America Latina vi sono prelati che siedono alla stessa mensa di dittatori che hanno commesso genocidi e ne condividono le scelte, e quelli invece, come monsignor Romero, che stanno dalla parte degli oppressi e si sono fatti uccidere per difenderne le ragioni. In Sicilia vi è stato un padre Puglisi e vi sono sacerdoti che invece condividono la cultura mafiosa, che celebrano messa in chiese affollate dal popolo di mafia e dalla borghesia mafiosa. E poi ci sono i sacerdoti della cosiddetta palude, cioè quelli che non stanno né dalla parte della mafia, né dalla parte dell’antimafia, né con la destra, né con la sinistra, né col centro, ma che stanno solo dalla propria parte.

Ciascuno sceglie liberamente la propria Chiesa e il proprio Dio. Molto «democraticamente». Ci troviamo dinanzi ad un politeismo segreto ed occulto. Questo politeismo è segreto per l’occhio del mondo, ma è conosciuto dalle gerarchie ecclesiastiche che, tranne qualche eccezione, evitano accuratamente di scegliere e lasciano che i vari Dio convivano l’uno accanto all’altro.

Questo non scegliere è possibile anche perché, tranne poche eccezioni, la predicazione evangelica ha un taglio generalista che consente a chiunque un approccio non problematico. La predicazione nelle chiese è incentrata sul valore della famiglia, sulla morale sessuale, e su generici appelli alla solidarietà, all’amore per il prossimo, alla cosiddetta etica dell’intenzione, e ad una carità comoda perché si traduce quasi sempre nella cultura dell’elemosina.

Poiché la realtà supera sempre l’immaginazione, ricordo che in una delle indagini di Tangentopoli emerse che un famoso uomo politico, già ministro della Prima Repubblica, in occasione di una rischiosa operazione al cuore aveva fatto voto alla Madonna che nel caso di esito positivo avrebbe donato cento inilioni delle vecchie lire ad una parrocchia. Dopo il felice esito dell’operazione, l’uomo politico convocò un imprenditore imponendo gli di versare alla parrocchia l’importo di cento milioni che gli doveva quale tangente per un appalto pubblico. Nella richiesta per l’autorizzazione a procedere alla Camera, la procura della Repubblica scrisse che appariva grottesco pretendere di fare opere caritatevoli con il denaro altrui (l’episodio è raccontato in dettaglio in G. Barbacetto, P. Gomez, M. Travaglio, Mani pulite. La vera storia, Editori Riu- niti, Roma 2002, p. 197).
La cultura dell’elemosina non costa nulla, soprattutto se l’elemosina viene fatta con i soldi pubblici. E una cultura che perpetua le catene della schiavitù economica e della sottomissione ai potenti, che lascia le cose come stanno e si traduce in un’acquiescenza all’esistente, in una complicità con l’ingiustizia sociale. La cultura dei diritti e della legalità invece è scomoda, perché costringe a prendere concretamente posizione dinanzi ai potenti della Terra, quelli che occupano i vertici della piramide sociale, e che sono responsabili dell’ingiustizia sociale, della povertà e del degrado metropolitano; un Moloch che costringe milioni di persone a sopravvivere in quartieri dormitorio degradati dove a volte l’economia dell’illegalità (dal contrabbando di tabacchi, alla prostituzione, allo spaccio di stupefacenti) diventa un’economia della sussistenza. Le esistenze di tanti che occupano i gradini più bassi della piramide sociale, si consumano in un ininterrotto via vai da quartieri abbandonati al degrado, discariche sociali a cielo aperto, alle carceri, altre discariche sociali assolutamente inumane ed anticristiane perché i detenuti sono costretti a vivere in celle sovraffollate, destinate a tre o quattro persone e dove si è obbligati a stare anche in dodici, in condizioni di assoluta promiscuità.

Quali sono state, tranne poche eccezioni, le risposte deÌle alte gerarchie ecclesiastiche a tutto ciò? Silenzio dinanzi alla corruzione sistemica, grave peccato contro la solidarietà sociale. Silenzio dinanzi alla borghesia mafiosa e paramafiosa. Silenzio dinanzi all’illegalità di massa di larghi settori delle classi dirigenti che contribuisce a generare a valle l’illegalità di massa delle classi popolari. Generici appelli ad una solidarietà che si traduce in una elemosina praticata con entusiasmo da queste stesse classi dirigenti spesso con il denaro pubblico. Questo segreto ed occulto politeismo della Chiesa cattolica produce a mio avviso un altro fenomeno segreto: il relativismo etico della Chiesa cattolica. L’accusa che in questi tempi viene rivolta alla cultura laica democratica è di alimentare una deriva relativistica dei valori. A fronte di quest’accusa, basterà ricordare che -come tra gli altri ha recentemente osservato Gustavo Zagrebelsky (vedi G. Zagrebelsky, .La Chiesa cattolica è compatibile con la democrazia?», MicroMega, n. 2/20062) -la democrazia si fonda sulla libertà di coscienza di tutti i cittadini.

La libertà di coscienza determina il pluralismo culturale ed il pluralismo dei valori. Il relativismo dei valori quindi non significa nichilismo, disprezzo per i valori, ma al contrario il rispetto per i valori degli altri. Le istituzioni pubbliche sono il luogo nel quale i diversi relativismi si confrontano in modo trasparente. Per decidere quale relativismo deve prevalere su un altro, si adotta il principio della maggioranza. Ma per evitare che il principio della maggioranza si trasformi nella dittatura della maggioranza, e che quindi il relativismo della maggioranza diventi assolutismo, lo Stato democratico di diritto prevede il frazionamento dei poteri, il loro reciproco bilanciamento ed una serie di garanzie per le minoranze.

Il relativismo della Chiesa cattolica invece è occulto ed è tenuto segreto. Ed infatti mentre da un lato i vertici ecclesiastici rivendicano di essere depositari di una verità senza se e senza ma e, proprio sulla base di questa verità assoluta, pretendono a volte di condizionare la legislazione statale, dall’altro lato nelle chiese e nelle parrocchie di tutto il mondo Dio, la verità e l’etica cattolica spesso si relativizzano, quasi balcanizzandosi.
Perché sui temi che riguardano la quotidiana fatica del vivere, il dolore causato dalla prepotenza e dalle ingiustizie sociali, a ciascuno è dato di scegliere il proprio Dio, e quindi la propria etica. Questo relativismo etico produce a mio parere il pericolo di una vera e propria scristianizzazione strisciante, di una diserzione dal cristianesimo. In tante, in troppe chiese, per milioni di fedeli, Dio parla per bocca di preti che frequentano senza problemi i salotti della borghesia corrotta e di quella mafiosa o le stanze del potere dei dittatori, e che riducono Dio a guardiano dei comportamenti da tenersi in camera da letto.

Questo non scegliere, alla base del relativismo di molte gerarchie cattoliche -fatte salve naturalmente alcune eccezioni illuminanti che restano tuttavia episodiche o minoritarie -non sempre è praticabile. A volte la realtà ha costretto le gerarchie cattoliche a scegliere. Ma la lezione della storia dimostra che non sempre questa scelta è stata a favore degli ultimi e degli oppressi, i quali sono stati troppo spesso abbandonati al loro destino. In occasione di un viaggio di lavoro a Buenos Aires, ho incontrato le cosiddette madri coraggio, che da tanti anni protestano sfilando in silenzio dinanzi ai palazzi del potere, per chiedere giustizia per i loro cari. In quel tempo la Spagna aveva chiesto l’estradizione di Pinochet per processarlo ed il Vaticano aveva espresso la propria contrarietà. Una di queste donne inviò ad una rivista una lettera che ho conservato e di cui mi colpì il seguente brano: «Lui [il papa] che avrebbe dovuto alzare una parola quando c’era la violenza, la disperazione, la strage nelle nostre famiglie, lui che avrebbe dovuto generare tutta la reazione internazionale perché sapeva cosa stava accadendo, lui ha taciuto, abbandonandoci nelle mani degli assassini e dei torturatori. Solo noi sudamericani sappiamo bene che cosa è la curia argentina, cilena, sudamericana. Ed ora che dopo tanti tentativi, tante speranze, pensavamo che si cominciasse finalmente ad ottenere qualche risposta internazionale alla nostra storia, al nostro dolore, ancora intatto, lui; finalmente dopo tanto silenzio, parla. Ma parla per sottrarre alla giustizia il capo dei nostri assassini, per dire no ad una condanna per i delitti aberranti, terribili che ci porteremo addosso per tutta la vita».

È vero che in America Latina ha operato anche monsignor Romero, il quale è stato ucciso perché difendeva le ragioni dei campesinos. Ma mi pare che le gerarchie cattoliche non abbiano scelto monsignor Romero, se è vero, come è vero, che tutta la teologia della liberazione è stata messa a tacere e che il processo di beatificazione di monsignor Romero è rimasto bloccato per sette anni.
Ma chi decide queste ed altre scelte? O chi decide le non scelte? Forse il popolo cattolico? Certamente no. E qui veniamo al nodo cruciale del rapporto tra democrazia e Chiesa. E diffusa anche all’interno dello stesso mondo cattolico
l’opinione che, chiusa la breve parentesi conciliare, si è assistito ad una rivincita delle burocrazie e dei vertici vaticani. La storia postconciliare sembra riconnettersi con assoluta continuità alla storia preconciliare. Alcuni parlano del canto del cigno del cattolicesimo medioevale. Sembra di essere ritornati alla restaurazione di una monarchia assoluta, che concentra tutto il potere all’interno della Chiesa in un ristrettissimo vertice. Tra questo vertice e il popolo di base non esiste una vera corrente, una vera osmosi. Vi è una frattura fra questa realtà di base ed i vertici, che sembrano divenire sempre più autoreferenziali.

Mi pare che all’interno della Chiesa cattolica si stia vivendo una vicenda analoga e parallela a quella che travaglia la storia del potere nella laicità. Si assiste ad una ristrutturazione oligarchica e verticistica del potere e ad una crescente gestione mediatica delle masse. Il cattolicesimo sembra sempre più ridursi ad immagine mediatica, a miracolismo, a sceneggiati televisivi sulla vita dei santi, a vari minuti di Vaticano ogni giorno in tv: dovrebbe far riflettere che i media di regime, che hanno silenziato chiunque si sia rivelato scomodo per il potere, che hanno censurato l’informazione sui fatti, che ignorano completamente le esperienze di base del popolo cattolico, facciano invece da megafono ai vertici vaticani. Come è stato osservato, il vero nemico del cristianesimo non è stato Diocleziano, ma Costantino. Gesù è stato ucciso democraticamente dal potere politico e religioso. Il processo a Gesù è emblematico: il popolo, gestito demagogicamente dal potere, scelse Barabba. Gesù viene prima ucciso fisicamente dal potere ecclesiastico e politico, e poi viene ucciso culturalmente dal costantinismo che lo fa diventare instrumentum regni.

E allora il problema, ieri come oggi, resta quello di spezzare il rapporto perverso tra fede e potere. Spezzare questo rapporto significa restituire la voce di Dio e di Cristo agli uomini, perché nel corso della storia lo spazio tra l’uomo e Dio è stato troppo a lungo sequestrato dal potere. Ritengo che ciò sia compito soprattutto dei credenti e che per assolvere questo compito sia sufficiente essere coerenti con l’insegnamento di Cristo, recuperare l’insegnamento antipotere di Cristo.

A me pare che uno dei nuclei del messaggio di Gesù sia proprio la sfida ai potenti, affinché prendano atto della loro complicità nella sofferenza degli uomini. Solo i poveri sono innocenti, disse, solo i miserabili sonò senza peccato, solo chi non ha pane è senza colpa. E a proposito del dovere di scegliere, mi pare che l’etica laica e l’eticacristiana coincidano nel denunciare l’immoralità del non scegliere. Sartre scrisse: «L’etica consiste nello scegliere, noi siamo le nostre scelte». E Gesù nel Vangelo (Luca, 12, 51) dice: «Voi pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto divisione».

Quale divisione? La divisione di chi sceglie. E sceglie di stare dalla parte degli ultimi e degli oppressi. Una scelta che si traduce nella carità attiva per la cultura dei diritti, per la liberazione dalle catene del bisogno, una scelta che condannò Gesù a morte e che sempre nel corso della storia ha condannato a morte chi ha osato schierarsi contro il potere. La lezione di Cristo dunque a me sembra esattamente opposta a quella curiale della non scelta o della scelta a favore del potere. A volte, quando a Palermo mi accade di partecipare a cerimonie funebri per commemorare le vittime di tanti omicidi mafiosi, mi guardo intorno e chiedo a me stesso: chissà quanti assassini, quanti sepolcri imbiancati ci sono qui, in questa chiesa, accanto a me, in pace con sé stessi e con Dio?

In quei momenti chiudo gli occhi; e mi piace immaginare che un giorno qualcuno scriva sulle facciate di tutte le chiese di Palermo la stessa frase che un grande vescovo brasiliano aveva dipinto sulla facciata della sua cattedrale: «Il mondo si divide tra oppressori e oppressi. Tu, cristiano, che stai per entrare, da che parte stai?».

(Già Pubblicato su ItaliaBlogOltre)

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In nome di Dio

Novembre 1st, 2003 Pietro B. Posted in Dio, commentatore No Comments »

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di babsi jones

da exju.org weblog (segnalato da Zu)

la battaglia di adel smith è legittima. restare inchiodati ad un decreto regio del 1923 non è indicazione di grande evoluzione, diciamocelo: il vaticano conficcato in pieno stato come un paletto di frassino nel cuore d’uno zombie non garantisce la laicità della comunità, ed un paese che manca di senso laico è disequilibrato. come si conciliano gli articoli 7 e 8 e lo stradominio culturale cattolico, in italia, ce lo si chiede da quando il papa ha fatto sommo ingresso in parlamento, con baciamano e plauso di sinistrini, sinistrati e sinistrorsi che, pur di non mollare la poltrona, si accosterebbero persino a un esorcista. la battaglia di adel smith, del quale non sono condivisibili né i toni né i fondamentalismi (che fanno ancora tenerezza solo perché sono quelli di una minoranza: quando saranno maggioranza, se mai lo saranno, faranno orrore), è legittima e ragionevole. la battaglia di adel smith, però, preme un pulsante nel banco-memoria collettivo, risuona un campanello da qualche parte in un archivio emotivo, forse personale, e si apre il folder jugoslavia.

si apre sul massacro: tre déi, distanti in un olimpo virtuale, che osservano i loro ardimentosi figli scannarsi in nome d’una moschea e d’un campanile, croce e mezzaluna, due gesùcristi differenti, lo scisma e le crociate. credere in dio ha il sapore d’una scelta intima ed individuale, forse una debolezza, forse un banalissimo gioco di specchi. credere in dio può essere un arricchimento: quando diviene una prescrizione di massacro è tempo di domandarsi che faccia, che nome hanno i sacerdoti che somministrano il dio ed i suoi sporchi sacramenti, e che lo amministrano con grande senso del potere; tempo di domandarsi se nelle mani tengano il libro della fede o un mucchio di quattrini per cui varrà la pena di mandare al fronte i citrulli credenti mutati in tagliagole. la jugoslavia, quando si dibatte di crocefissi al muro e di diritto alle moschee, di uniati e di prescelti, è punto nevralgico e luogo terminale: guerre civili più recenti a parte, fare da crocevia a tre religioni e mezza per duemila anni non incoraggia certo la concordia. fra i pacifisti ai tempi di sarajevo sotto assedio, o poco dopo, girava un ritaglio di giornale, l’immagine scattata in bianco e nero di tre libretti vicini sopra una bancarella: un vangelo ortodosso, uno romano, ed una copia, in serbocroato, del corano. la si sfoggiava, la fotografia, come ostentando un buon auspicio. a me sarebbe sembrato un segnale positivo poter ritrarre sulla stessa bancarella la copertina più misera de “l’esplosione delle nazioni” di nicole janigro, che scrive, citando christa wolf:

“non trovo un solo misfatto a cui ho assistito negli ultimi tempi, in relazione al quale io non abbia capito entrambe le parti. non scusato, questo no, ma capito. gli esseri umani con il loro accecamento. questa coazione a capire mi sembra un vizio da cui non riesco a liberarmi, e che mi isola dagli altri.”

(ecco un ottimo acquisto: nicole janigro, l’esplosione della nazione, feltrinelli, 6.71 euro)

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