noblogo il ventitré marzo duemilatre

Marzo 23rd, 2003 Pietro B. Posted in noblogo No Comments »


Il colore delle lacrime
(monologo teatrale di Francesco Silvestri)

Questo mondo qua, piccerillo mio, tu non lo sai, tu non lo sai ancora, ma è pieno di colori.
Il fuoco è rosso. Rosso e giallo.
Ma pure il sangue è rosso.
‘O primmo ‘o può tuccà. ‘O sicondo no. ‘O sicondo fa male.
Il fuoco è rosso e bello. ‘O sanghe no.
L’acqua, invece, l’acqua pò essere d”o culore ca vo’ essa.
L’acqua tene ‘e culure d”e sette Arcobaleni ‘e Babbilonia.
Delle cinque terre emerse.
L’acqua possiede tutti i colori del mondo; tene tutt”e culure ‘e ll’acqua, ll’acqua.
‘E lacreme no. Pure si so’ fatte d”a stessa pasta soja, pure si pareno tali e quali all’acqua, ogne lacrema tene nu culore d”o suojo, sultanto d”o suojo.
Quelle dell’amore so’ gocce d’oro. E luceno luceno luceno…
Jesceno redenno a uocchie chiusi. Bellu sapore.
Sapore ‘e frutta. Sapore ‘e acqua ‘e mare asciutta ‘ncopp”a pelle.
Acqua asciutta da magnà a mmuorze. Bellu sapore.
Tu nun ‘e vulisse fa’ fernì. Fa’ fernì mai.
Sapore ‘e carne ‘e criature. Carne ‘e latte.
Luceno luceno luceno…
Le lacrime dell’amore so’ gocce d’oro.
Chelle ‘e ll’arraggia so’ foglie ‘ngiallute. Bruttu culore.
Tu nun ‘e vulisse fa’ cade’ ‘a copp”e rame ‘e ll’alberi, nun ‘e vulisse fa’ cade’…
Ma loro ‘o fanno ‘o stesso. Senza chiedere il permesso a nessuno.
Parlano malamente ‘e llacreme ‘e ll’arraggia.
‘Nganna. Alluccano. Alluccano ‘nganna e fanno male.
Bruttu culore. Foglie ‘ngiallute.
Quelle del dolore, invece, sono rosse. Le lacrime del dolore sono rosse. Rosso scuro, comme ‘o sanghe.
Jesceno â ‘ntrasatta. Tiempo, troppo tiempo durano.
Jesceno e durano, nun fernesceno cchiù.
Jesceno pe’ troppo tiempo e fernesceno â ‘ntrasatta.
Jesceno. Tiempo. Fernesceno. Fernesceno â ‘ntrasatta.
‘O tiempo, pe’ tramente, è passato.
Quelle del dolore, sono rosse. Rosso scuro. Comme ‘o sanghe.
‘E llacreme del dolore ‘e può tuccà. Serve. Serve a ll’e tuccà.
La gioia, po’… ‘A gioia tene lacrime verdi. Verdi comme…
Eh..! ‘E llacreme d”a gioia so’ difficili a ll’e vede’.
Chelle d”a morte so’ nere. ‘E llacreme d”a morte so’ nere.
Ma no pecché so’ brutte. So’ nere e basta.
‘A vita no. ‘A vita tene lacrime bianche. Ma no pecché so’ belle. So’ bianche. So’ bianche e basta.
Bianche comm’a luna. Comme ‘o llatte d”a matina.
Comme ‘o cammese d”e ‘nfermere dint”e spitale.
Comme ‘a carta d”e giurnale. Bianche.
Bianche, comme ‘a pelle d”e muorte.
Comme ‘e paggine ‘e nu libro ca non s’è scritto ancora.
Bianche comme songo bianche ‘e llacreme d”a vita.
Comme songo ‘e scelle ‘e ‘n’angiulillo. Bianche e basta.
E bianche pure comme a te, ca tieni ll’uocchie ‘e nu criaturo cu ‘o mussillo.
Nun chiagnere mai. Nun chiagnere mai cchiù. Manco p’ammore.
Manco p’ammore ja chiagnere.

[Letto su Verba Manent (Zu) - Da Storiacce, 1995]

AddThis Social Bookmark Button

noblogo il venti marzo duemilatre

Marzo 20th, 2003 Pietro B. Posted in noblogo No Comments »


Statistiche

Sul Financial Times, giornale economico di Londra, si riassumevano  ieri i risultati degli studi compiuti sui caduti iracheni della Prima Guerra del Golfo, nel 1991. In 42 giorni 100 mila soldati «di Saddam» furono uccisi e 300 mila feriti, affermò a maggio il Pentagono avvertendo che il margine di errore era del 50%. La Us Air Force nel 1993 valutò i morti in 12 mila. Gli esperti polemizzano ancora: dividendo le tonnellate di bombe e missili lanciati (88 mila) per 12 mila morti, di arriverebbe a 7 tonnellate di esplosivo per uccidere un nemico. Poco economico.

Fronte interno

I sondaggi tra gli americani dicono che l’appoggio alla guerra è salito al 71%. Ma l’economista Paul Krugman in un commento sul New York Times ammonisce che «la potenza militare non sostituisce la credibilità», sia all’interno che nei rapporti internazionali.

[letto sul Corriere della Sera di oggi]

AddThis Social Bookmark Button

noblogo il sedici marzo duemilatre

Marzo 16th, 2003 Pietro B. Posted in noblogo No Comments »


Giustizia e pace, guerra e regime

In edicola l’ultimo numero di MicroMega (il n°2 del 2003). Nel seguito vedremo i contenuto in libera sintesi.

Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che comanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza…
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.

TRILUSSA

Bell’attacco di Paolo Flores d’Arcais:

Questo numero esce alla vigilia dei criminali attacchi aerei di Bush contro la popolazione irachena…

Da solo vale i 12 euro del prezzo di MicroMega. Subito dopo parte il “Dialogo tra due madri contro la guerra di Bush“, e il dialogo è tra Maria Latella e Veronica Berlusconi. Si avete letto bene, la moglie di Berlusconi. Trovate l’articolo integralmente riportato su BlogOltre.

Da pagina 21 “Le menzogne della guerra preventiva” di Sergio Givone.

No alla guerra “senza se e senza ma” significa che peggio della guerra non c’è che la guerra - che la guerra preventiva, che dovrebbe impedire ciò che di fatto promuove esponenzialmente, resta interna all’orizzonte dominato dal terrorismo, di cui in fondo è una funzione.

Fra gli argomenti più triviali con i quali si tenta di screditare il vasto movimento di opposizione alla guerra c’è quello che evoca gli spettri del 1939. Oggi come allora, si dice, il pacifismo aiuta oggettivamente le forze che tentano di abbattere la democrazia. E dunque è conveniente, con un progetto totalitario che minaccia non solo la nostra vita vita, ma anche l’ideale di libertà a cui ci ispiriamo. Ciò che rende insensato il paragone, è che non soltanto il fatto che Saddam non è Hitler, ma anche il fatto che Bush è Bush.[…]

Nella sezione “teatro civile” troviamo:
 Portraits: il g8 di Genova di Massimo Calindri e Pino Petruzzelli
La tisana di tiglio di Paola Ponti
Mai Morti di Renato Sarti

Nella sezione “Occidente/Occidenti” troviamo:

- L’occidente diviso di Roberto Esposito

[…]Solo se l’Europa saprà custodire e potenziare la pluralità e la differenza al proprio interno sarà in grado di propugnarle e difenderle fuori di sé.

- Sotto gli occhi dell’Occidente di Angelo Bolaffi

L’Europa è una realtà storica e delle coscienze, assai più che un dato geopolitico. E sempre meno condivide con gli Stati Uniti una medesima “visione del mondo”

Nella sezione “fabula” troviamo:

- I confini d’Italia. Dialogo sulle leggi e i comportamenti di Raffaele Simone

Tra afaneroprassie e faneroprassie, codice della strada e péras, sinallagmi e bordi, Mal d’Italia e fine della rex extensa, un dialogo tra il signor Tunc e il signor Nunc su quel che significa - e che non dovrebbe significare - essere cittadini del Belpaese

(da leggere!)

Nella sezione “regime” troviamo:

- Il regime, anno secondo di Marco Travaglio

5 Marzo. Berlusconi e Previti chiedono alla cassazione di trasferire a Brescia i processi Sme-Ariosto, Imi-Sir, Lodo Mondadori, perché i girotondi e il Palavobis, ma anche il cantastorie Franco Trincale, avrebbero “irrimediabilmente compromesso la situazione dell’ordine pubblico e della serenità del processo”.

23 Aprile. Baldassarre tranquillizza: “Biagi e Santoro sono un patrimonio professionale del servizio pubblico[…]L’azienda farà di tutto per non privarsi del loro apporto come giornalisti”.

(per non dimenticare…)

- Cronologia dei Girotondi di Edoardo Ferrario

- L’opposizione che non c’è di Claudio Rinaldi

L’inesistente questione del carisma dei leaders, mancanza di un minimo di populismo, aprofessionalità, incapacità di comunicare e di imparare dai movimenti… Un decalogo per capire cosa, al vertice dell’Ulivo, non ha funzionato e ancora non funziona, e rimediarvi. Volendo, s’intende.

1. Non abbandonare la gente
2. Lascia perdere il carisma
3. Abbi un minimo di populismo
4. Sii un po’ più professionale
5. Sappi usare il parlamento
6. Vacci piano con le proposte
7. Ricordati di Prodi
8. Ama l’alleato tuo
9. Non uccidere Cofferati
10. Impara dai movimenti

- Criminalità Economica e allargamento dell’Europa di Antonio di Pietro

L’unificazione politica del nostro continente rischia di dare spazio al “modello Kazakistan”, invece di realizzare la democrazia liberale in tutti i paesi dell’ex impero sovietico

- Tutti i conflitti del presidente di Peter Gomez e Marco Lillo

Invece di risolverli, Berlusconi ha moltiplicato mese dopo mese i suoi conflitti di interessi tra un imprenditore privato e politico di governo. Ecco una mappa provvisoria e incompleta.

-Milano Connection di Gianni Barbacetto

Paolo Borsellino fu ucciso anche perché in un’intervista a un giornalista francese fece i nomi di Berlusconi e Del’Utri. Così dice l’ultima sentenza per la strage di via D’Amelio (che per la stampa italiana non esiste).

- Gli Auditel dipendenti di Massimiliano Boschi

- Il caso Greganti-Mieli di Marco Travaglio

Nella sezione “dialogo” troviamo:

- Disputa sull’occidente di Massimo fini e Furio Colombo

Il ‘vizio oscuro dell’occidente’ consiste nello scarto tra i valori che afferma e quelli che i suoi governi praticano, o è inerente alla pretesa di universalizzare tolleranza e spirito critico?

Nella sezione “il sasso nello stagno” troviamo:

- Il logos e il raglio di Franco Cordero

Nella sezione “sinistra masochista” troviamo:

- La lezione del caso Cocilovo di Paolo Flores d’Arcais

A Palermo, partiti del centro-sinistra e movimenti hanno deciso di candiadare un ex-sindacalista che, secondo una dettagliata sentenza della magistratura, si vendeva gli scioperi. Alleluja.

- La sentenza Cocilovo del Tribunale di Palermo

AddThis Social Bookmark Button

noblogo il quattro marzo duemilatre

Marzo 4th, 2003 Pietro B. Posted in noblogo No Comments »


Lettera aperta ai terroristi

Le parole, le pallottole e la cornice

di PIETRO ICHINO

Fino a un anno fa giravo per la città soltanto in bicicletta: con il sole, la pioggia o la neve. Come Marco Biagi: la bicicletta era una delle passioni che ci accomunavano. Poi, una sera, a lui, appena sceso dalla bici, avete sparato; e a me è stata data la scorta che— colpevolmente — era stata negata a lui. Da allora non mi lasciano più fare un metro per strada, se non in macchina e accompagnato dai miei custodi armati. Ora, dai vostri covi sembra sia trapelato che mi avreste posto tra i vostri bersagli prioritari, cosicché la scorta mi è stata raddoppiata: per non subire la mortificazione che voi vorreste riservarmi, patisco quella, certo assai minore, di dovermi muovere nel traffico cittadino — io, che odiavo muovermi in macchina — non con una sola macchina ma con due.

 Data l’alternativa, non mi lamento. Resta il fatto che questa condizione di bersaglio in cui mi avete posto fa di me in qualche misura una vostra vittima. In misura minima, beninteso; ma sufficiente perché io possa rivolgermi a voi a nome di tutte le vostre vittime, passate e future. Anche a loro nome, ho alcune cose da dirvi. 

 Potreste obiettarmi che voi non avete alcun interesse ad ascoltarci, ma solo a spararci. Capisco. Però, anche solo questa obiezione costituirebbe un primo scambio di idee, per quanto rudimentale; sarebbe dunque una pur minuscola cornice di umanità, in cui l’atto dello sparo che vi sta tanto a cuore si inserirebbe. Anche solo un embrionale scambio di idee implicherebbe che ci riconoscete come persone è non come cose. Il problema, del resto, si pone anche dal nostro lato: voi, per noi, ora siete soltanto una cosa, al più un volto coperto e una canna di pistola puntata. Non riusciamo a pensare a voi se non come a entità aliene, con cui è possibile la sola interazione mortale: conta soltanto chi spara per primo.

 Per questo aspetto, il rapporto tra noi e voi non costituisce un’eccezione. In tante altre situazioni si fronteggiano individui, gruppi, nazioni, che non si riconoscono e non comunicano: gli uni sono per gli altri degli alieni spaventosi, con i quali il solo problema è riuscire a sparare per primi. Anche lì manca la cornice. Ne avrebbero bisogno i rapporti tra Occidente e Islam, tra israeliani e palestinesi, tra americani e iracheni. Avrebbero gran bisogno di una cornice, fatta di un’idea condivisa dello Stato di diritto, anche i rapporti tra maggioranza e opposizione in questo nostro disgraziato Paese. Avrebbero bisogno di una cornice i rapporti tra i sindacati: quel minimo di comune sentire e di semplici procedure che consentisse loro di riconoscersi reciprocamente come maggioranza e minoranza, senza che ciascuno pretenda di «far fuori» gli altri. 

 Fra voi terroristi e noi vostre vittime designate, più o meno protette, basterebbe anche molto meno per fare un passo avanti importante: basterebbe smettere di considerarci reciprocamente come idee astratte, come alieni. Dateci un segno, anche solo per dirci che tutto questo discorso vi fa schifo. Guardiamoci negli occhi, anche soltanto per un attimo. Sappiamo che noi non possiamo pretendere di conoscere i vostri coniugi, i vostri figli; ma voi potete guardare in faccia i nostri: fatelo. Se poi, ciononostante, riterrete ancora di colpire, fatelo come lo ha fatto Caino con Abele, litigando con lui, maledicendolo; ma non come si ammazza un topo o un cane randagio. 

Se invece, a quel punto, non ve la sentirete più di sparare, vorrà dire che si sarà creata intorno a noi e voi una cornice più consistente del previsto. Avremo creato davvero qualche cosa di nuovo; una cosa per la quale  – pensate un po’ che paradosso – vale persino la pena di morire.

[dal Corriere della Sera del 27/2/2003]

AddThis Social Bookmark Button

noblogo il ventisette febbraio duemilatre

Febbraio 27th, 2003 Pietro B. Posted in noblogo No Comments »


Dialoghi

Personaggi:
P = Pietro 
n = noblogo

P - noblogo non mi hai ancora detto cosa ne pensi di questa nuova casa!
n - Casa dolce casa per piccola che tu sia…
P - Ho capito, ho capito. Non mi sono potuto permettere di meglio.
n - Non mi sono lamentato. Invece dimmi tu papà come vanno le cosa a BlogOltre?
P - Bene, benino…
n - A giudicare da quello che scrivi non sembrerebbe.
P - Sono momenti, poi passeranno.
n - Papà, non vorrai mica mollare tutto?
P - Noooo, ma scherzi? E cosa credi che abbia speso soldi e tempo per chiudere tutto in quattro mesi?
n - Meno male, perché se tu chiudi io sono perduto…
P - Non ti preoccupare noblogo sono qui più determinato che mai.
n - E io ho fiducia. Vorrei però che tu…
P - Si, noblogo? Cosa vuoi dirmi?
n - Insomma, che tu… Ma si, che tu parlassi un po’ più di te stesso.
P - Gli spazi che ho creato ultimamente servono anche a questo, vedi PerPietro.
n - Per crearli gli spazi li crei poi però non li riempi.
P - E’ vero anche questo. Cercherò di rimediare.
n - Buoni propositi…
P - Questione di buona volontà e di ritrovare un po’ di serenità dentro me stesso.
n - Qualcosa ti turba papà?
P - Tutto e niente. E non ho voglia di parlarne.
n - Ok. Non parliamone. O se vuoi un’altra volta.
P - Si ne riparliamo un’altra volta.

[psss..pssss…. Ascoltate. Parlo piano perché mio padre mi potrebbe sentire. Secondo me ha voglia di dire qualcosa ma non riesce a tirala fuori. Conoscendolo bene è meglio non forzarlo…]

AddThis Social Bookmark Button

noblogo il ventiquattro febbraio duemilatre

Febbraio 24th, 2003 Pietro B. Posted in noblogo No Comments »


E allora?

Che dobbiamo fare? Rinunciamo alle nostre idee? Rinunciamo alle nostre speranze? Rinunciamo ad un futuro in cui la parola pace possa avere una chance una minima possibilità? E questo in nome di cosa di un merdoso dittatore sanguinario? Appoggiato fino a ieri da chi ora lo mette nell’asse del male! Perché solo adesso ci accorgiamo di lui, perché solo adesso vogliamo la sua testa? No alla guerra, no a tutte le fottute guerre. Violenza genera violenza e una guerra genera altre guerre. Ditemi a chi giovano le guerre? E ditemi chi arricchiscono? E ditemi chi muore in guerra? Ditemi… Porca puttana svegliatevi, aprite gli occhi non possiamo dirci popoli civili e combattere le guerre in nome di quegli stessi principi che hanno fatto scrivere nella costituzione italiana che l’Italia RIPUDIA la guerra. Non possiamo dirci paesi democratici e calpestare quanto di democratico a livello mondiale si è costruito. Tutte le guerre sono merda. Tutte le guerra sono sbagliate, possiamo incominciare ad evitarne una? O la cosa vi fa schifo? Altrimenti mandateci i vostri figli e fatela finita!

noblogo

AddThis Social Bookmark Button

noblogo il ventidue febbraio duemilatre

Febbraio 23rd, 2003 Pietro B. Posted in noblogo No Comments »


Lettera da Kabul

Gino Strada

Di questi tempi si sente spesso discorrere di «scontro di civiltà», e credo che ciò sia vero. Non nel senso che due mondi e due culture, quelli occidentali e quelli islamici, siano entrati in rotta di collisione: questo è del tutto falso. Ad essere in crisi è, piuttosto, l’idea stessa di «civiltà», o meglio la nostra idea di civiltà. E come se, in una nuova Macondo, non riconoscessimo più i principi, i concetti, perfino le parole.

 L’occupazione militare di un paese sovrano diventa missione di «peace-keeping», l’assassinio di cinquemila civili afgani sotto le bombe - ero in Afghanistan in quel periodo - si trasforma in «guerra al terrorismo». Cinquemila esseri umani spariti nel nulla, «effetti collaterali», cavie da laboratorio. Non ci deve sorprendere il disagio che proviamo, ne la nostra spaventosa capacità di digerire ogni orrore della guerra.

E frutto di una prolungata e puntuale opera di condizionamento dei nostri cervelli, una ferita prodotta da «un’arma» nuova e micidiale: l’informazione. Un’arma di «distrazione» di massa. Il mio mestiere di chirurgo mi ha portato a vivere in mezzo alle guerre negli ultimi 15 anni, in Africa, in Asia, in America latina, perfino nella nostra Europa. Forse questo mi rende refrattario alla manipolazione, almeno sulla guerra. 

Perché quella che ho visto in molti paesi non c’entra niente con la favola che ho sentito raccontare da giornali e televisioni: la guerra che ristabilisce diritti umani, la guerra che porta la pace, la guerra che libera le donne. Non ci sono, non esistono. Non c’è guerra umanitaria, non può esserci uccisione degli uomini in nome dell’uomo. Facciamo la guerra? A chi? La guerra si fa al nemico, lo si colpisce il più duro possibile. Ho visto il nemico sconfitto, annientato. Bambini fatti a pezzi dalle bombe e dalle mine antiuomo, o lasciati spegnere da malattie diventate incurabili per l’embargo alle medicine. Loro sono stati colpiti, loro sono stati il nostro nemico.

 Per qualcuno di noi - cittadini del nostro stesso pianeta - sono solo «effetti», non esseri umani. Mi spaventa solo lo scriverlo. Il nemico «ufficiale» invece quello che non abbiamo colpito, è sempre lì. E il mostro, o il mostro di turno, il feroce dittatore che chiamavamo presidente finché eravamo noi ad armarlo. Nell’ultima metà del secolo scorso abbiamo assistito a un rito macabro: in tutti i conflitti decisi da politici e generali, su dieci morti, nove sono stati civili. Un dato statistico inoppugnabile. Che orrendo gioco è questo? Perché molti nostri «governanti» ci stanno mentendo, e ci propongono la guerra per difendere «la nostra sicurezza»? 

La sicurezza di noi tutti, cittadini del pianeta, dipende invece - lo sappiamo benissimo - dalla nostra capacità di mettere al bando la guerra, di farla sparire dalla faccia della Terra, di lottare contro la guerra con forza, come stiamo facendo per vincere il cancro. È un compito difficile ma improrogabile che spetta a noi, donne e uomini di questo inizio di millennio. Dobbiamo riuscirci, e in tempi brevi, perché le armi di distruzione di massa, anche quelle progettate «per la nostra sicurezza», rischiano di distruggerci e di consegnare un mondo inospitale alle generazioni future. Come siamo potuti arrivare fin qui?

Se centinaia di milioni di noi muoiono ogni anno di fame e di guerra, di malattia e di povertà, se siamo arrivati al punto che la guerra - che le famiglie europee hanno ben conosciuto - ci viene offerta come condizione normale di vita, ciò è potuto accadere solo perché nel mondo c’è poca democrazia, molto poca. Certo è responsabilità di molti, a cominciare da chi non si è mai preoccupato di quel che gli succedeva intorno. Mancanza di partecipazione, disinteresse alla politica. Non ci siamo preoccupati che la politica del paese militarmente più forte fosse decisa da elezioni finanziate per tre miliardi di dollari dalle varie «corporation», e le corporation hanno fatto il loro lavoro. 

Ciascuna lobby ci ha indicato il «suo» politico, non il nostro. Ci presentano due candidati, entrambi loro, e noi scegliamo. O meglio, come è successo nelle ultime elezioni Usa, il 30 per cento della popolazione sceglie e alla fine la Corte Suprema dichiara il vincitore senza passare per la conta dei voti. Se davvero chi governa esprimesse, rappresentasse il volere del popolo, l’Europa non sarebbe lacerata com’è. I popoli dell’Europa, la grande maggioranza dei cittadini europei, non vogliono la guerra all’Iraq. Anzi, non vogliono più nessuna guerra: la ritengono una barbarie, contraria all’etica e alla ragione umana.

 Eppure alcuni governanti non considerano affatto l’opinione dei loro governati - tantomeno si sognano di indire consultazioni popolari - e vogliono portare il paese in guerra contro la volontà dei cittadini. Magari violando, come è già successo in Italia ad opera di governi di centro-sinistra e di centro-destra, la stessa Costituzione. In occasione della guerra all’Afghanistan, il 92 per cento del parlamento italiano ha votato per la guerra, cioè contro la Costituzione del proprio paese. Un esempio che ben chiarisce quanto grande sia il bisogno di democrazia, soprattutto di questi tempi. 

Gli Stati Uniti sono lì a dimostrare quanto la democrazia faccia a pugni con la guerra, quanto sia incompatibile. I cittadini di quel paese stanno pagando un prezzo enorme: possono venire arrestati, interrogati con le moderne tecnologie, perfino giustiziati, senza passare da un tribunale, senza diritto a una difesa. È la nuova legge, che seppellisce la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Quant’altra democrazia ha già macinato nel mondo il bellicismo della giunta petrolifera al potere negli Usa? Diritto internazionale, accordo di Kyoto, Corte penale. 

Convenzioni di Ginevra, autonomia delle Nazioni Unite… 10 mi sento solidale con il popolo statunitense, e sono contrario a quel «governo», il loro, che annienta persino la libertà dei propri cittadini, che agisce «contro il suo stesso popolo». E credo che essere contrari alla politica di George Bush e dei suoi amici sia un imperativo morale per tutte le persone per bene che abitano il pianeta. Perché la politica in quel paese - e non solo in quello, ahimè - è stata usurpata da lobby pronte «a colpire» se vedranno «minacciati» i loro interessi, che spacciano per «interessi nazionali». Sono quegli interessi che oggi dettano la politica. La politica non è più cosa per cittadini, non deve più sforzarsi di migliorare la cosa pubblica e 11 nostro vivere associati.

Oggi la politica serve gli interessi privati dei «Signori della Politica», di chi la finanzia e la controlla. Che sono anche i Signori della Guerra. Hanno scelto la guerra. Perché fa aumentare vertiginosamente i loro conti correnti, ma soprattutto perché l’uso illimitato e indiscriminato della forza è l’unico mezzo che hanno ormai a disposizione per mantenere la situazione attuale, quella che vede meno del 20 per cento degli uomini possedere più dell’80 per cento delle ricchezze del mondo. Le armi per mantenere ad ogni costo i privilegi di pochi. Un ritorno al passato, nella storia dell’uomo, altro che new economy. 

Questa è la vera guerra mai dichiarata: la guerra ai poveri del mondo, agli emarginati, agli sfruttati, ai deboli, ai diversi, la guerra a tutti gli «spendibili», vittime designate dei nostri consumi. In molti hanno trovato il coraggio di una ribellione morale e si rifiutano di essere complici di chi pensa, dopo averli spogliati di tutti i loro averi, di eliminare i poveri anziché la povertà. Mai come oggi il mondo è stato percorso da una voglia di cambiamento così forte, mai si erano visti tanti milioni di persone mobilitarsi per la pace. Chiedono pace. E hanno voglia di giustizia, non di Guantanamo.

Hanno voglia di diritti, per tutti, magari perché nella loro umanità residua ancora riescono a sentirsi meglio se nessuno muore di fame intorno a loro, anche se a migliaia di chilometri. Hanno voglia di un mondo più umano, più giusto, più solidale, un mondo di donne e uomini «liberi ed eguali in dignità e diritti». Perché ancora credono che quell’« effetto collaterale», cui nessuno porterà un fiore ne una coccarda, abbia in realtà una faccia e un nome, una storia e degli affetti.

Insomma credono che sia uno di noi, e che sia un valore per tutti che lui continui ad esistere. E credono che la vita umana, di ciascuno di noi, sia un valore, un fine, e che non possa mai essere ridotta a un mezzo, assoggettabile o addirittura spendibile, sull’altare della finanza o del mercato, o della politica. E l’etica — ritengono — che deve guidare la politica, non viceversa. 
Utopia, pacifismo infantile? Assolutamente no. Anzi, un progetto in via di realizzazione.
 Il 15 febbraio i cittadini del mondo hanno chiesto pace, e i governanti non potranno girarsi dall’altra parte. L’arma di «distrazione» di massa si è inceppata, i cittadini hanno ricominciato a capire il senso delle parole. Prima fra tutte, «democrazia»: non sarà più permesso ai governi di dichiarare guerre a nome dei popoli. Il mondo non sarà più lo stesso, dopo il 15 febbraio.

 Kabul, 16 febbraio 2003

(fonte: i quaderni di MicroMega - No alla guerra di Bush)

AddThis Social Bookmark Button

noblogo il venti febbraio duemilatre

Febbraio 20th, 2003 Pietro B. Posted in noblogo No Comments »


Il Ponte di carta

Urbanisti, geologi, economisti, studiosi dei trasporti, amministratori come il sindaco di Villa S. Giovanni,Rocco Cassone, fanno un altro tentativo per spiegare al governo i pericoli e gli errori legati all’idea del collegamento stradale tra Calabria e Sicilia. Sembra che in Sicilia ci stiano ripensando.
di GUGLIELMO RAGOZZINO

I ponti sullo stretto di Messina attualmente sono due. C’è un ponte sospeso, tra le altissime nuvole della retorica e del genio italico; un ponte che però è fermissimo e indistruttibile, si alza e si abbassa secondo le convenienze, si inclina e risorge dalla Sicilia alla Calabria, si allunga e si accorcia come una fisarmonica, regge ai colpi di vento e ai più fantastici terremoti, alle mafie riunite e agli atti di terrorismo più spaventosi. Il bello di questo ponte è pur essendo eterno e possente, è anche mobile e flessibile, tanto che viene ricostruito ogni giorno sulle obiezioni di quei mormoratori che non fanno altro che obiettare, di quegli antipatrioti che non ne vogliono sapere. Essi dicono che le navi porta-container sono alte 100 metri e non potrebbero più arrivare a Gioia Tauro, per via del ponte; e noi portiamo il ponte a 110. Essi protestano che a quella quota il vento è pericoloso; e noi alziamo il ponte da una parte sola. Essi allora, sarcastici, dicono: «bene; almeno così si potrà sciare sul ponte, d’inverno, con la neve, tanto le auto sono scarse»; e noi, sereni, li sfidiamo a farlo. E’ la «piramide nello stretto» la nostra, un segno di civiltà, che già molti Napoleoni avevano inventato. Poi c’è un altro ponte, quello vero, fatto di milioni di quintali di carta, (perizie, progetti, ordini del giorno, stime di advisors discussioni parlamentari, elaborati nel corso deell’ultimo terzo di secolo). Questo secondo ponte, il costosissimo ponte di carta è stato oggetto di molte riunioni ieri a Roma. Ieri era infatti l’ultimo giorno per presentare le osservazioni allo Studio di impatto ambientale (Sia) depositato il 21 gennaio scorso dalla Stretto di Messina Spa. E le osservazioni sono piovute, sono grandinate da tutte le parti; anche da qualche parte imprevedibile.

La più imprevedibile delle osservazioni-grandine proviene dal cuore stesso della Sicilia che alle elezioni aveva sconfitto il centro sinistra 62 a zero. La Regione ha commissionato una relazione tecnica sul Ponte a un gruppo di esperti diretti dal Professor Paolo Rabitti, docente a Venezia di sistemi informativi. Circola la voce che la relazione (250 pagine o pressapoco) sia talmente critica sul ponte di carta che il presidente Salvatore Cuffaro l’abbia secretata e portata a Roma in visione al presidentissimo Silvio Berlusconi. C’è un’interrogazione parlamentare di Michelangelo Tripodi dei comunistri italiani in proposito; essa cita un articolo del quotidiano Europa dal titolo senza perplessità: «Ecco perché non si farà mai il ponte sullo stretto di Messina» (13-2-2003).

A Roma erano tre le riunioni sul ponte e sullo stretto; una dell’Enea e due dei verdi, partito e movimenti. All’Enea hanno spiegato che Sicilia e Calabria si allontanano l’una dall’altra, ma che la questione è sotto controllo. A occhio - ma è un occhio pochissimo scientifico il nostro - ci sembra più facile affrontare una separazione del genere con una barca piuttosto che con un ponte. La rivelazione dell’Enea è rimbalzata tra i Verdi, intesi come partito. Essi hanno presentato un notevole studio dovuto ad Anna Donati, senatrice, alla professoressa Maria Rosa Vittadini, dimessa dalla direzione del Via (valutazione di impatto ambientale) da pochi mesi e dal geologo Giancarlo Presicci . Dagli studi dei verdi che hanno letto pagina per pagina il materiale presentato dalla società del ponte escono 10 buone ragioni per «sospendere la procedura». Ne citeremo una sola: una gamba del ponte di carta sorge in prossimità della faglia 50 «attiva lungo la sponda calabra» e che sarebbe meglio, sempre a parlare da incompetente, non andare a infastidire. C’è un problema di liqefazione dei terreni. Gli stagni di Gianzirri hanno cento anni appena e in una situazione di tale movimento geologico e ambientale si vuole intervenire, gettando una quantità di calcestruzzo alta e larga come lo Stadio olimpico intero. I progettisti del ponte di carta lo sanno; e dicono: «il problema è rimandato, quanto alla soluzione».

Gli ambientalisti hanno presentato un loro rapporto, coordinato da Albero Ziparo, dell’università di Firenze e poi da Luca d’Eusebio di Italia nostra, Stefano Lenzi del Wwf e Edoardo Zanchini di legambiente.

Tra gli altri ne parla Vezio De Lucia, cui si deve l’immagine della piramide. E racconta che il ponte cartaceo era già costruito nel 1986, ai tempi di Bettino Craxi e di Claudio Signorile. Si discuteva del ponte e anche della piramide del Louvre: due opere di prestigio, ma almeno la seconda serviva a qualcosa, alla vendita dei biglietti. Il ponte, già allora, era privo di collegamenti autostradali e ferroviari; già allora le ferrovie erano in Sicilia con un solo binario, in Calabria lente e tortuose. Già allora, come oggi, come nei prossimi vent’anni il grandioso ponte di carta finiva, finisce, finirà nel niente.

(letto da Il Manifesto - 20/2/2003)  

AddThis Social Bookmark Button

noblogo il diciassette febbraio duemilatre

Febbraio 17th, 2003 Pietro B. Posted in noblogo No Comments »


La falsa coscienza dei pacifistiLettera aperta a coloro che sfileranno a milioni per le strade d’Europa: siete ideologici e telecomandati, ma solo perché spettatori di un guerra con cui non avete a che fare.

 Caro Pintor, cari pacifisti che sfilerete a milioni per le strade d’Europa, lasciate che vi comunichi una notizia importante: con questa guerra voi non c’entrate un bel niente, le siete estranei come lo sono gli spettatori di fronte alla rappresentazione di un dramma. Il dramma forse vi eccita, ma non è il vostro dramma. La vostra mobilitazione è moralmente sonnecchiante a dispetto dei valori che gridate in piazza, voi non state né con i carnefici né con le vittime del terrorismo. Lo sappiate o no, perché grande è l’assistenza che la buona fede dà a ogni tipo di fanatismo, voi vi esponete protetti dai prefetti e vi dimenate coccolati dai media perché in realtà state al riparo della vostra buona coscienza e della vostra irrilevanza. Non siete in pericolo, il vostro mondo non è in pericolo. I governi francese e tedesco, con aggiunta servile della patria belga della cioccolata, lavorano per il vostro benessere, ideologico e pratico. Nessun terrorista vi ha toccato, nessuna bomba vi colpirà, non ci saranno soldati morti nel campo dei governi da cui dipendete e prendete gli ordini senza nemmeno saperlo. Sabato tutti alla manifestazione, ma lunedi i vostri bambini vanno a scuola tranquilli, non come Tel Aviv, a Haifa, a Gerusalemme. Al mattino di sabato, quando farete la spesa in un supermercato, non sarete nemmeno sfiorati dall’idea che un combattente e martire della causa radicale islamista, pagato da Saddam Hussein con la nota cifra di 25 mila dollari, si farà esplodere accanto a voi o a vostra moglie, sporcando di sangue il pavimento della Esselunga. Voi l’1l settembre l’avete visto in televisione, e a quel serial credete poco. La televisione vi ha impressionati per il lasso di tempo considerato ottimale dal marketing, qualche mese al massimo, ma è subito tornata a rassicurarvi. Non si sono viste, per carità e sentimento dell’orrore, le piroette di 200 manichini umani che si gettavano dalle Torri di Manhattan alla ricerca di aria e di vita, e non li avete osservati spiaccicarsi al suolo dopo un volo di 15 secondi. Il tempo di accendersi una sigaretta, e tutto è finito. La vostra coscienza è ideologica e telecomandata. Il comunista non pentito Luigi Pintor non si capacita di come si possa considerare vittime due popoli aggrediti dal terrorismo, due popoli che combattono la paura ogni giorno, che si ribellano all’odio ideologico e fanatico istigato contro di loro in nome di ragioni abiette.

Macché vittime, gli americani e gli ebrei sono ricchi e potenti, sono armati fino ai denti, la colpa è dunque loro, e il loro è un finto dolore sbandierato per offendere i poveri e i derelitti, i dannati della terra. Chi ha la colpa di avere fondato uno stato-rifugio, uno stato-guarnigione circondato dalla volontà assassina dei fondamentalisti alla Bin Laden, non ha il diritto all’autodifesa. Vi hanno dimostrato con i fatti e con le prove tutto il dimostrabile, ma voi siete moralmente ciechi e sordi, sentite solo quello che volete sentire, la musica soave della pace. Avete protestato contro il bombardamento del reattore nucleare iracheno di Osirak, nel 1981. Avete protestato contro la guerra del Golfo per liberare il Kuwait e per suturare la vena giugulare del petrolio, quel petrolio che alla fine della manifestazione di sabato vi porterà nelle vostre seconde case dove, a cena, vi scaglierete contro l’indemoniato George W. Bush, contro l’odiato Ariel Sharon. Avete protestato contro la Nato in Kosovo, avete difeso Slobo Milosevic e la sua banda, avete negato perfino il diritto del1′America a regolare i suoi conti con il regime dei talebani in Afghanistan, avete detto che ci sarebbero stati (titoli della Repubblica) milioni di profughi, milioni di bambini morti, avete giurato e spergiurato sulle peggiori menzogne propagandistiche che la storia ricordi dai tempi della Seconda guerra mondiale. Ora siete tutti dietro lo striscione. Ma proprio tutti, tra di voi c’è anche il velista-siderurgico, quel Giorgio Falck che vuole scomunicare Bush, che odia retrospettivamente la guerra americana che ha salvato l’Europa dal nazismo, che mercanteggia moralmente l’immagine dei bambini iracheni per suscitare emozioni in buona fede, le peggiori che esistano. Ma a voi non va di pensare i problemi politici, è una cosa che stanca, preferite pregare con Tarek Aziz sul sacrario del Santo Francesco, e fa niente se la peggiore bestemmia della storia del Cristianesimo moderno è pronunciata con l’accogliente con senso dei fraticelli. L’ideologia vi nutre, e se avete letto Max dovreste sapere che l’ideologia è falsa coscienza. La coscienza vera dovrebbe suggerirvi che americani ed ebrei hanno diritto di perseguire anche con la forza un ordine in cui sia impossibile distruggere le vite dei civili americani ed ebrei per puro odio, ma la falsa coscienza vi suggerisce di farvi tribuni di un mondo che non conoscete se non nella narcisistica contemplazione della vostra bontà: state con i bambini iracheni, così dite, ma siete soltanto dei bambini viziati, innamorati dei colori arcobaleno di una pace senza se né ma. Invece c’è un se e anche un ma, lo sappiate riconoscere con coraggio oppure no: «ma se» gli shaid un giorno si occuperanno di voi e di noi, se sarete imparentati alle vittime degli uomini-bomba, vedrete come svanirà la vostra tremolante bontà esistenziale e assistenziale, la vostra sollecitudine per i dannati della terra che vogliono uccidere il numero maggiore possibile di americani e di ebrei.
(G. Ferrara)

(letto da Panorama - n°8/2003


Vi prego di non sporcare lo schermo con spruzzi di vomito, già il tanfo che ho da sopportare in nome della pluralità delle opinioni è tanto…
noblogo


AddThis Social Bookmark Button

noblogo il sedici febbraio duemilatre

Febbraio 16th, 2003 Pietro B. Posted in noblogo No Comments »


L’amore dura tre anni - 13. Flirting with disaster

L'amore dura tre anni - F. Beigbeder Questa notte, durante il mio giro, un amico è venuto a parlarmi (non mi ricordo più chi, né quando, e ancor meno dove). 
“Perché hai quella faccia?” mi ha chiesto. 
Ricordo di avergli solo risposto:
“Perché l’amore dura tre anni”. Evidentemente, la cosa fa un certo effetto: l’amico si è eclissato. Così, replico questa battuta dappertutto. Non appena ho l’aria triste e mi si chiede perché, io rispondo categorico:
“Perché l’amore dura tre anni”. 
Che stile. 
A forza di sentirmelo ripetere, penso che potrebbe anche essere un buon titolo per un libro.

L’amore dura tre anni. Anche se siete sposati da quaranta, in fondo in fondo, confessate che lo sapete benissimo. Lo vedete a cosa avete rinunciato; in che momento avete abdicato. Il giorno fatidico in cui avete smesso di avere paura. 
Sentir dire che l’amore dura tre anni non è piacevole; è come un gioco di prestigio mal riuscito, o come quando la sveglia suona nel bel mezzo di un sogno erotico. Ma bisogna estirpare la menzogna dell’amore eterno, fondamento della nostra società, artefice dell’infelicità della gente.
Dopo tre anni, una coppia deve lasciarsi, suicidarsi o fare dei figli: tre modi per sancire la propria fine.
Ci sentiamo spesso ripetere che, dopo un certo periodo, la passione diventa “qualcos’altro”, di più solido e più bello. Che questo “qualcos’altro” è l’Amore con la A maiuscola, un sentimento certo meno eccitante, ma anche meno immaturo. Vorrei essere ben chiaro: di questo “qualcos’altro”, a me, non me ne frega niente, e se questo è l’A- more, allora lascio l’Amore ai pigri, agli scoraggiati, alle persone “mature” che si sono intabarrate nella sicurezza sentimentale. Il mio amore ha una “a” minuscola ma grandi slanci; non dura molto ma almeno, quando c’è, lo si sente. Il “qualcos’altro” in cui vorrebbero trasformare l’amore sembra una teoria inventata per potersi accontentare di poco, e rassicurarsi proclamando che non c’è niente di meglio. È come chi va in giro a rigare le portiere delle auto di lusso solo perché non può permettersene una. 
Fine serata apocalittico. Devo farla finita con quest’angoscia. Verso le cinque del mattino, telefono ad Ade- line H., il che significa che sto veramente male. Ho il suo numero riservato. Risponde: “Pronto? Pronto? Chi parla?” Voce rauca. L’ho svegliata. Perché non ha messo giù? Non so cosa dirle. “Ehm… Scusa se ti sveglio… volevo solo salutarti… ” “CHI È? MA SEI PAZZO, PORCA PUTTANA?!” Riaggancio. Seduto, immobile, la testa appoggiata sulle mani, esito tra la boccetta di Lexomil e l’impiccagione: e perché non tutti e due? Non ho corda, ma un po’ di cravatte Paul Smith legate insieme andranno benissimo. Gli stilisti inglesi scelgono sempre materiali molto resistenti. Attacco un post-it sul televisore: “OGNI UOMO ANCORA IN VITA DOPO I TRENT’ANNI È UN COGLIONE”. Ho fatto bene ad affittare un appartamento con travi a vista. Basta salire su questa sedia, ecco, così, poi bere il bicchiere di Coca-Cola contenente gli ansiolitici triturati. Dopo di che si passa la testa nel cappio, e nel momento in cui ci si addormenta, logicamente, è per non svegliarsi più.

(noblogo: tranquilli il protagonista non si suiciderà…)

(letto da L’amore dura tre anni - di Fédéric Beigberder - Feltrinelli)


AddThis Social Bookmark Button