Normalità

Aprile 26th, 2005 Pietro B. Posted in opinioni 3 Comments »

Ho sempre pensato che i gay abbiano una marcia in più rispetto a noi etero, e questa conclusione dipende dall’osservazione per quanto mi è possibile attenta della fenomelogia omosessuale.
Noi etero non abbiamo da conquistare un posto nella società in quanto etero, è la stessa società ad essere per definizione etero. Non non dobbiamo aver paura di dichiarci etero perché dobbiamo esserlo perché la normalità è quella.
Noi cerchiamo l’anima gemella ci accasiamo con quella, ogni tanto magari la tradiamo e poi chiediamo perdono. Se qualche volta questo perdono non l’otteniamo, divorziamo e cerchiamo una seconda anima gemella per poi immancabilmente tradirla nuovamente.
In quanto coppia siamo poi trasparenti nessuno ci noterà tranne che non decidessimo di fare sesso in mezzo alla strada in un’ora di punta. Non destiamo preoccupazione, non siamo un pericolo per l’ordine costituito. Anzi siamo noi l’ordine pre-costituito.
I gay sono invece i diversi, gli anormali, quelli che destano inquitudine nei benemeriti benpensanti, e schifo e ripulsa nei bigotti. Una coppia gay la si nota anche in mezzo ad una folla frettolosa e distratta, desta scalpore e reazioni contrastanti.
Per questo gli omosessuali devono avere una carica in più rispetto a noi etero-normali.
E li ammiro per il coraggio che spesso dimostrano nel mostrarsi per quello che sono, persone che amano altre persone dello stesso sesso.

E certe volte mi piacerebbe essere almeno bisex che ogni tanto un diversivo male non farebbe. E mi ricorderebbe che la normalità dopotutto non esiste se non nei nostri pregiudizi.

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Grillo Ruggente

Febbraio 25th, 2005 Pietro B. Posted in opinioni 4 Comments »

di Andrea Scanzi
[da
L’Espresso n°8/2005]

Politici. Industriali. Manager. Ma anche televisioni e giornali. Il comico lancia un affondo a tutto campo. E scommette su Internet: ‘Nella guerra mondiale per l’informazione solo il Web ci può salvare’

colloquio con Beppe Grillo

Affari Suoi
Nel 1991, un sondaggio Abacus attestò che Beppe Grillo era il comico più famoso d’Italia. Oggi, a giudicare dai Palasport puntualmente pieni, non molto è cambiato. Eppure Grillo non fa più televisione. Da molto tempo. Niente più ‘Te la do io l’America’, ‘Fantastico’. Niente più Sanremo. Niente più ‘Discorsi all’umanità’. Da 15 anni, Grillo porta avanti una satira che prima di lui non esisteva, quella economico-ecologica. Un monologo a stagione, sempre in giro per l’Italia, 5 mila spettatori a serata. Il Tour 2005, varato a Pordenone, si chiama ‘Beppe Grillo.it’. Al centro, una convinzione: solo la Rete può salvarci.

Perché crede che Internet sia così importante?

“Siamo nel mezzo della terza guerra mondiale: quella dell’informazione. L’unico modo per salvarsi è sapere. Conoscere le notizie. Noi abbiamo un mezzo, la Rete, che ci consente di arrivare dritti alle notizie. La politica, le televisioni, i giornali arrivano sempre dopo. Quando c’è stato lo tsunami, Fini andava in tv e faceva lo sguardo di circostanza come rappresentante dell’unità di crisi. Gli passavano i bigliettini e diceva che i dispersi erano 18, poi 16, poi 10. Nel frattempo bastava collegarsi a Internet e c’era tutta la lista dei ricoverati negli ospedali. Fini non rappresentava l’unità di crisi: rappresentava la crisi”.

Non nutre fiducia nella politica.

“I politici sono superati. Non ci rappresentano più. La sinistra mi mette tristezza. Per vincere basterebbe che si chiudesse in una beauty farm per un anno e non avesse alcun contatto con l’esterno. Non dovrebbe parlare mai. Vincerebbe ovunque. E invece parla. Io vorrei una sinistra che non replica a Calderoli, perché a uno come Calderoli non devi replicare: devi guardarlo con sbigottimento, solo questo. La sinistra si interroga sui leader, ma noi non siamo bambini, siamo adulti. Non abbiamo bisogno di leader. Ma di programmi, di progetti sui grandi temi: energia e informazione”.

Nello spettacolo se la prende con Fassino.

“Fassino è una brava persona, lo è anche Bertinotti. Bertinotti voleva mettermi in contatto con Rifkin, quello della macchina a idrogeno. Gli ho detto di dargli la mia mail, l’indirizzo del mio blog, www.beppegrillo.it. Ho sentito un silenzio: ‘Non mi puoi dare il telefono?’. Poi ha aggiunto: ‘Come si scrive www?’. Questo dà il senso di quanto certi politici siano inadeguati. A ‘Porta a Porta’ Fassino aveva davanti Paolo Scaroni, l’amministratore delegato Enel, sotto inchiesta a Rovigo per disastro ambientale e condannato anni fa per corruzione perché con la sua Techno-Int pagava tangenti proprio all’Enel: viste le credenziali, questo governo non poteva non fargli fare carriera. Scaroni ha detto che ‘il futuro è il nucleare, il nucleare è sicuro’. Io speravo che Fassino gli saltasse alla gola e con la forza dei suoi tre globuli rossi lo strozzasse, ma ha replicato timidamente. Siamo costretti a scegliere tra una destra che vuole il nucleare e una sinistra rimasta al carbone. Tra il peggio e il leggermente meno peggio. Io non voglio votare pro o contro Fassino. Voglio votare pro o contro Scaroni, Tronchetti, Romiti, perché è questa la gente che mi cambia la vita”.

Perché ha aperto il blog?

“Perché è una cosa viva, la gente lascia messaggi. Da qui alla fine manderemo un milione di mail a Ciampi, chiedendo il ritiro delle truppe dall’Iraq. Gustavo Selva, il presidente della commissione Esteri della Camera, ha candidamente affermato a ‘Libero’ che siamo andati in Iraq per fare una guerra, e che la storia dell’intervento umanitario era una ipocrisia per ingannare Ciampi. Per una cosa così, ovunque sarebbero scesi in piazza. Da noi no. Provo sgomento per la morte dell’elicotterista italiano, ma non puoi chiamare ‘costruttore di pace’ un mitragliere. Il futuro è in siti di democrazia diretta come Wikipedia, Oracle, Soaw. Cose nate per scherzo, dentro un garage, come fu per la Apple e Google. Di fronte alle torture in Iraq, Usa e Inghilterra hanno parlato di ‘mele marce’. Non è così. Da Internet mi sono scaricato l’Exploitation Training Manual, un trattato dell’83 che è il manuale del perfetto torturatore. Lo applicano a Fort Benning, una scuola in Georgia che ha ‘laureato’ anche Noriega. Nel manuale, con linguaggio manageriale, c’è scritto tutto: come deve essere la prigione, come si tortura un uomo colto, come si tortura un ottimista”.

Dopo il crack Parmalat, lei è diventato il più grande consulente globale di finanza in Italia.

“Ma io faccio il comico, non dovrebbe essere così. Del caso Parmalat parlavo da sette anni, la Finanza mi ha prelevato alle 9 di mattina e chiesto come facevo a sapere. Semplice: avevo fatto delle ricerche. Già che c’ero, gli ho portato il materiale su Mediaset e Telecom, così magari si portavano avanti nel lavoro. La Cnn americana ha trasmesso quattro volte nel mondo una mia intervista di 15 minuti nelle sue news. In Italia non mi ha cercato nessuno”.

Parla spesso di “capitalismo senza capitali” come grande male dell’economia italiana.

“In Italia i grandi manager comprano le azioni delle loro società, le pagano meno e poi le rivendono a un prezzo maggiorato. Rubano con le stock option. È un meccanismo facile, perché il consulente finanziario che ti controlla i bilanci è lo stesso che prima ti ha insegnato a falsificarli. In America becchi 24 anni per falso in bilancio, da noi lo depenalizzano, la chiamano ‘contabilità creativa’. Da noi le leggi vengono fatte dai fuorilegge. In trent’anni abbiamo cancellato tutte le nostre industrie. In Bangladesh le banche hanno salvato i poveri dagli aguzzini, da noi fanno il contrario. Il ‘Time’ ha dedicato la copertina al nostro capitalismo malato, e a me tocca vedere Geronzi che va dal papa e afferma di condividere i suoi ‘principi evangelici’. I grandi capitalisti come Olivetti e Piaggio non esistono più, ora abbiamo Lapo Elkann, che agli azionisti dice che ‘la situazione non è poi così male, abbiamo fatto una joint venture con l’Iran per il lancio nel 2005 di una macchina rivoluzionaria: la Zigulì’. La General Motors ha pagato un miliardo e mezzo per andarsene, e alla Fiat esultano. Sarebbe come se io andassi a comprare una Fiat Croma, me la offrissero per 10 mila euro e io pagassi non per comprarla, ma per lasciargliela lì. Questi manager andrebbero studiati nelle scuole, per imparare a capire cosa non si deve fare. I capitalisti di oggi non comprano le società: mettono nei consigli d’amministrazione i loro uomini. Le spolpano dall’interno e poi se ne vanno, lasciando debiti spaventosi. Ecco il capitalismo senza capitali. Telecom ha nove volte i debiti di Parmalat. Il 40 per cento delle aziende quotate in Borsa ha cinque consiglieri d’amministrazione in comune. È sempre la stessa gente. Si parla di conflitto d’interessi, ma ormai è un interesse senza conflitto. Berlusconi gestisce, senza possederle, sette società, tra cui Mediaset, Mondadori, Mediolanum, Sirti e Data Service. Ovvero le tv, l’energia, l’informazione. Con questa tecnica Tronchetti Provera ha in mano 41 società. In un pomeriggio, con un mio amico, ho buttato giù il Grillo Index. L’Italia è 74esima come libertà di stampa e 83esima come indice di stabilità ambientale. E con Berlusconi, il ‘Portatore Nano di democrazia’, l’indice di competitività è franato al 51esimo posto”.

Lei è stato attaccato dai ricercatori, ha detto che certa ricerca non va finanziata.

“Non l’ho detto io, l’hanno detto i direttori delle 17 più importanti riviste scientifiche mondiali. I ricercatori puri non esistono più, sono a libro paga delle case farmaceutiche. E le case farmaceutiche hanno bisogno di nuove malattie. I nuovi malati di oggi sono i sani. In America hanno inventato una malattia che colpirebbe i bambini ’sovraeccitati’. Essere casinisti a sei anni è diventata una malattia. A questi bambini danno una pasticca al giorno, il Ritalin della Novartis, che è un metilfemidato, simile all’anfetamina. Senza dirlo a nessuno, nel marzo 2004 un comitato mondiale di saggi, quasi tutti a libro paga dei colossi farmaceutici, ha abbassato la soglia delle tre maggiori patologie: diabete, colesterolo alto, ipertensione. Significa che se tu il 28 febbraio 2004 eri sano, il 2 marzo con le stesse analisi diventavi malato. Così hanno inventato centinaia di milioni di nuovi malati. Solo con la Rete riesci a sapere queste cose. Certi farmaci preventivi sono peggio della guerra preventiva. La prevenzione è il più grande affare della storia, devi essere informato, altrimenti muori come uno stupido. Berlusconi ha donato 10 miliardi per la ricerca sul tumore al pancreas. Bello. Poi però ti informi e scopri che il tumore al pancreas è rarissimo, colpisce 11 casi su 100 mila ed è incurabile. Perché, allora, dovrei farmi il controllo? Dopo i 50 anni ti dicono di fare per forza il Psa, l’esame alla prostata, ma non ti dicono che il Psa nei 50 per cento dei casi sbaglia e non distingue tumore da prostata ingrossata. Quando ti fanno la biopsia, prelevano 18 tessuti diversi dalla prostata, ma non è detto che proprio in quei 18 ci sia il tumore. E 20 persone su cento, dopo la biopsia, restano impotenti. Alle donne dicono di fare la mammografia. Su mille persone, 40 hanno il tumore. A due salverai la vita, alle altre 38 no. Però anche qui non ti dicono che c’è un 10 per cento di falsi negativi e falsi positivi”.

Tutte cose che nello spettacolo dice.

“Il mio monologo si chiude così: ‘Con la Rete aspetteremo l’avvento di un nuovo Rinascimento’. È una speranza”.

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Un po’ di felicità

Febbraio 6th, 2005 Pietro B. Posted in opinioni Comments Off

di Furio Colombo
[da l’Unita del 6/2/2005]

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Se questo fosse già un Paese normale, con una stampa e una televisione normale, gli italiani avrebbero visto in diretta, e constatato in ogni cronaca, un fenomeno sorprendente:
Silvio Berlusconi è apparso di colpo molto piccolo, un nano (l’affermazione è politica) non solo a confronto con i suoi avversari, ma accanto all’Italia, ai suoi cittadini preoccupati, ai suoi problemi che sembrano ormai sfuggire al controllo, accanto a operai e imprenditori che cercano di capire come mai non si vede il futuro, accanto a studenti, insegnanti, intellettuali, ricercatori che cercano di orientarsi nel vuoto, commercianti e piccole imprese a cui sfugge di mano il filo e il senso del contenitore Italia
, dove la gente non compra, chi produce non vede, chi sa non può condividere il suo sapere, chi è bravo non può fare ricerca, chi costruisce non ha committenti o sostegni, mentre diminuiscono fino a sparire sicurezza e legalità. Ha scritto ieri su “La Repubblica” Michele Serra: «È una brutta cosa che tutto ciò accada. Ma è anche peggio che venga chiamato estremista chi lo racconta».

Ma il precipitare verso misure politicamente irrisorie del capo del governo, di Forza Italia, della coalizione immersa in un continuo, furioso litigio detto “Casa della Libertà”, e di una costellazione di grandi aziende mediatiche, pubblicitarie, assicurative, bancarie, si deve prima di tutto a ciò che Berlusconi ha fatto e detto di sua iniziativa negli ultimi tre giorni, che adesso appaiono come una improvvisa rivelazione. È vero, a causa del blocco delle informazioni che incatena l’Italia non tutti, non tanti italiani si sono resi conto in pieno dell’evento.

Ma l’evento ha finito per venire alla luce proprio per la succube fedeltà dei media: Berlusconi ha voluto precipitosamente correre davanti alle telecamere perché temeva di esser oscurato.

Temeva, lo sappiamo, di essere oscurato dal Congresso Ds. No, non ne teme il lavoro, l’impegno, gli argomenti, i programmi, i protagonisti o la retorica politica e neppure le polemiche contro di lui. Berlusconi sa - è il suo problema - di essere superiore a tutto, disprezza apertamente persino i suoi alleati e i suoi diretti dipendenti (che pure lo servono con fervore). Temeva che tutta quella enorme messa in scena di donne e di uomini che si affannano a disegnare un percorso di rinascita per l’Italia, di ritorno alla normalità di un intero Paese deragliato, non lo riguardasse. Dirò meglio: sapeva benissimo che si sarebbe tornati continuamente a lui e al suo nome con un po’ di denigrazione, molte accuse di incapacità e frecciate alla sua immagine, ora drammatiche (perché drammatica è la situazione italiana) ora spiritose. Ma la sua vera preoccupazione, un’ansia così incontenibile da spingerlo all’imprudenza, al grave errore mediatico (proprio lui) era l’irrompere, al centro della scena, dei fatti e problemi con cui si dibatte l’Italia. In questo l’unico presidente del Consiglio Europeo che risieda ufficialmente in una villa abusiva, ha avuto fiuto, più fiuto di molti illustri commentatori ed editorialisti che pure gli stanno vicino. Berlusconi ha capito che il Congresso Ds sarebbe stato un lavoro di costruzione e non una rissa. Ha capito che non sarebbe stato un convegno in politichese ma una serie di affermazioni e proposte in chiaro italiano, sul modo di ricostruire l’Italia. Ha capito, da buon Mago di Oz, il pericolo: avrebbero portato in scena l’Italia nelle sue dimensioni reali, devastazioni, problemi, speranze.

Un capo di governo normale, in una normale democrazia sa di essere esposto a bufere di critiche, chiamate anche “impegno costituzionale della opposizione”. Ma Berlusconi è un Mago di Oz stizzoso e vendicativo, a cui non va giù la critica, neppure la più mite. Lui nutre una sincera adorazione per se stesso che, come sappiamo, gli fa velo (ovvero gli fa perdere il controllo) quando si levano voci di dissenso. Con buon istinto, però, Berlusconi ha visto subito il vero pericolo: non che si parlasse male di lui, che è già inaudito, ma che si parlasse bene dell’Italia, intesa come un Paese carico di energia e di valori che, se governato da gente pulita, competente, normale, può rifiorire. Sperava, come i suoi molti editorialisti, in una bella zuffa a sinistra. Ma ha capito un attimo prima che se lasciava libero il video, molti spettatori avrebbero intravisto come può, in altre mani, rinascere l’Italia e tornare ad essere un libero, normale e prospero protagonista della nuova Europa.
Il leader politico della più grande impresa mediatico-pubblicitaria che abbia mai governato un Paese democratico, non lo poteva permettere. Di qui la corsa a mettere insieme in poche ore una assemblea di impiegati, detto “consiglio nazionale di Forza Italia”, una cosa che nessuno ha mai eletto e che non ha alcuna parentela con la democrazia. Di qui la decisione di far spettacolo, occupando televisioni, radio e giornali, non come lui ritiene giusto (sempre) ma almeno secondo quella «par condicio» che lui detesta e che si appresta a far cancellare dalle leggi italiane.

L’idea era questa: qualunque cosa voi diciate, io griderò «comunisti!», ricorderò Foibe jugoslave e Gulag sovietici come ho fatto nel Giorno della Memoria invece di parlare di Fossoli, della Risiera di S. Saba e dei delitti italiani della Shoah. E poiché sono molti - per ragioni di lavoro - a venirmi dietro, mi basterà denunciare, momento per momento, coloro che osano criticarmi. Se sarà necessaria qualche calunnia non ci tireremo indietro, deve aver detto ai suoi impiegati che hanno compilato e distribuito il «dossier» su l’Unità, altra trovata per deragliare l’attenzione degli italiani dal Congresso Ds.

Dove sta il clamoroso errore mediatico del nostro uomo, motivato, come sempre, da cattive intenzioni ma non furbissimo? Abituato ai suoi circhi di cartapesta, alle sue «Pratiche di mare» con statue finte e giardini di plastica, a ritornare da convegni internazionali assicurandoci di avere sistemato il problema del dollaro, tutto Berlusconi si sognava, tranne che il Congresso Ds, invece di dibattere dei rapporti fra Stalin e Bucharin, si dedicasse a discutere l’Italia trasformando il congresso in tre grandi occasioni: porre fine alle divisioni, mettere il leader di tutta l’opposizione al centro del ruolo e della visibilità, presentare punto per punto, problema per problema, dentro l’Italia e nella politica estera, un vero impegno di governo.

Ecco dove è apparso all’improvviso il problema di Berlusconi. A confronto con fatti veri, la sua figura non si vede. Accanto a un programma che non si occupa del passato ma del futuro, Berlusconi non si nota. Se confrontate veri problemi con un leader invadente, autoritario, intollerante, ma vistosamente incompetente capo di un governo che dovrebbe fermare il rotolare in basso dell’Italia smettendola di mentire, la sua figura scompare. Niente fa pensare che chi ha creato tutti i problemi italiani possa risolverli. Sempre meno cittadini ci credono.

E proprio mentre lui - Berlusconi - voleva attrarre l’attenzione su di sé, ripetendo le sue accuse di comunismo che hanno smesso di fare colore e ormai irritano anche gli alleati (si veda la tempestosa rivolta di molti delegati durante il Congresso del Pri di La Malfa), al Congresso Ds ha cominciato a parlare Romano Prodi. E subito si è sentito il tono adulto, autorevole ma anche equilibrato e normale di quel congresso. C’è un partito che mostra forza e unità, e la capacità di contribuire in modo robusto alla coalizione di opposizione. Questo partito fa spazio e presenta al Paese il leader che guiderà il più importante confronto elettorale che l’Italia abbia mai vissuto.

Per un errore di protagonismo di Berlusconi, la sua voce modesta, risentita, vendicativa, tutta dedicata a un inesistente passato, si è sentita nel suo improvvisato controcongresso. Proprio mentre in un luogo vero, fra gente vera, in circostanze storicamente rilevanti, gli italiani, potevano ascoltare la voce, le idee, i progetti di Prodi, tutti volti al presente drammatico in cui si dibatte il Paese. E ciò avviene non sotto il comunismo ma sotto Berlusconi, ai tempi in cui Gasparri, ministro di Polizia della Informazione, paragona Fassino ai terroristi (dichiarazione all’Ansa, 5 febbraio, ore 20), ai tempi in cui Lunardi, ministro dei Trasporti, dice agli automobilisti congelati della A3 che chiedono aiuto «Arrangiatevi. Io non sono il ministro delle nevicate». Ai tempi in cui il presidente della Regione Sicilia e leader della coalizione berlusconiana nell’isola è coinvolto in un processo di mafia.

Prodi dice: «L’Italia ha bisogno di verità, non di promesse ma di soluzione, di un disegno per tutti che prevalga sugli interessi di parte, perché se si lasciano prevalere gli interessi di pochi si rovina il Paese».

Prodi dice: «Dobbiamo dire tutta la verità al Paese, sul suo stato di salute, sulla sua distanza dal resto dell’Europa. Non si governa affidandosi ai sondaggi. Un leader deve avere il coraggio di prendere anche decisioni sgradite, se è necessario».

Il problema dell’uomo di villa Certosa, residenza abusiva del primo ministro, è di farsi trovare in scena mentre parla Prodi, di farsi cogliere dalle telecamere mentre è intento a fare siparietti sul comunismo senza accorgersi che ha già esaurito sia il suo repertorio di bonomia e barzellette, sia quello di minacce, morte e sangue del suo repertorio tragico. Prepara una scenata contro il socialismo riformista contiguo al comunismo contiguo al terrorismo, affidato, con grave azzardo istituzionale, al ministro degli Interni Pisanu. E tutto ciò mentre Prodi, da adulto, da esperto, da leader, diceva: «Chi si candida al governo deve parlare all’intero Paese. E noi avremo un Paese unito, forte, che si alza in piedi per ricominciare a camminare. Dobbiamo tornare per le vie del mondo per dimostrare che l’Italia è grande e forte».

Sono seguiti sussulti penosi e un po’ infantili di rabbia, frasi del tipo «hanno l’unico fine di conquistare il potere. Questa pura eventualità, che resterà tale perché noi la impediremo, getterebbe il Paese nel caos e nella ingovernabilità». Oppure: «I comunisti non sono come prima, sono peggio di prima». Ecco lo scherzo giocato dal vero Congresso Ds al finto congresso aziendale di Berlusconi. I tg comandati da Gasparri c’erano. L’uomo che dovrebbe guidare il Paese fuori dalla rovina che lui ha provocato, è apparso a tutti nelle sue vere dimensioni, rispetto al mondo politico adulto. Piccolo, molto piccolo. Non è una questione di tacchi. Lo ha detto Fassino nel suo discorso di chiusura. «Piccolo, a confronto con un grande disastro».

Giustamente, guardando a questo paesaggio, Romano Prodi ha concluso: «L’Italia merita un po’ più di felicità».

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Un carabiniere comanda i carabinieri

Maggio 3rd, 2004 Pietro B. Posted in opinioni Comments Off

di Sergio Romano
[dal Corriere della Sera del 30/4/2004]

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Il riconoscimento della quarta forza . La nomina di Gottardo

Non tutti i grandi cambiamenti avvengono con decisioni solenni, leggi costituzionali, elezioni o referendum. Quello che

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Il governo più liberista

Marzo 22nd, 2004 Pietro B. Posted in opinioni No Comments »

di Michele Serra

[da la Repubblica del 21/3/2004]

Il governo più liberista della storia repubblicana si appresta (e non è la prima volta) a varare misure tappabuchi nei confronti del calcio. La giustificazione è che il calcio, pur essendo un settore privato e a scopo di lucro, riveste un evidente interesse pubblico, è un pezzo del costume nazionale, e dunque va soccorso con il denaro dello Stato. Benissimo. Si potrebbe anche ingoiare il rospo. A un patto: che questo governo, santificatore del mercato e del profitto, riconosca di avere adottato un principio tipicamente anti-liberista, statalista, protezionistico e assistenzialistico. Che dica a chiare lettere che lo «scopo di lucro», in sé e per sé, non garantisce e non tutela un fico secco. Che ci sono cose «di interesse pubblico» ben più grandi del calcio (vedi la sanità, la scuola, la cultura, i servizi, la ricerca) che vivono e crescono solo se la mano pubblica interviene con tutto il peso del denaro della collettività. Troppo facile essere statalisti solo alla domenica quando gioca il Milan, e dal lunedì in poi tornare a fare il tifo per il libero mercato.

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Comunismo e non violenza

Febbraio 27th, 2004 Pietro B. Posted in opinioni No Comments »

Logo 27.02.04

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di Domenico Schietti

Nei prossimi giorni i comunisti si trovano a Venezia per dibattere sul tema della non violenza. Nei giorni scorsi ci sono stati accesi scontri tra Negri e Bertinotti. La mia opinione?

Innanzi tutto volevo precisare che nonviolenza si scrive non violenza, nonviolenza è un modo di dire che si è cercato di imporre per dare omogeinetà alla parola in sè e poterla fare comparire sui vocabolari della lingua italiana. Credo sia più interessante una riforma della società che dei vocabolari, però io uso la parola non violenza, semmai non-violenza. Nonviolenza non mi piace.

Ma non perdiamo ulteriore tempo in chiacchere ed entriamo in argomento:

Il tema della non violenza è ovviamente strettamente legato a quello della violenza. La non violenza in sè è un assurdità ed è totalmente impossibile: camminando per strada e pestando involontariamente una formica si commette violenza; sciegliendo una fidanzata e lottando per la sua conquista poi non ne parliamo… se è una bella ragazza… la violenza commessa ai numerosi cuori infranti è enorme… l’alcoolismo, la droga, la solitudine, la prostituzione… alcuni grossi problemi che conosciamo molto bene.

Quando si parla di violenza e non violenza bisogna intendere principalmente quella della società e del suo sistema organizzativo. Quando si parla di rivoluzione, di azione trasformatrice, di riforma sociale o semplicemente di migliorare il mondo bisogna intendere l’azione volta alla riduzione del tasso di violenza del sistema.

Un esempio per far capire di cosa stiamo parlando è la scuola obbligatoria gratuita per tutti. Una società che non garantisce l’istruzione a tutti è evidentemente più violenta di una che la garantisce.

Spesso si intende non violenza come metodologia d’azione (vedi Gandhi) per la conquista del potere politico. Ma questo è insufficiente. Conquistare l’autonomia ed il potere politico per costruire un organizzazione sociale come quella indiana di stampo prettamente militaristico, con numerose bombe atomiche nei propri arsenali e numerosi conflitti sulle spalle non è un grande esempio di coerenza, ma semmai di volgare opportunismo storico e mistificazione dei propri obiettivi. Come quelli che fanno la guerra per ottenere la pace. Stravolgono i mezzi i rispetto all’obiettivo. Per fare la pace bisogna fare la pace con i propri nemici. Facendo la guerra non si ottiene la pace, ma semmai la sottomissione dei propri nemici (in caso di vittoria, in caso di sconfitta … la propria sottomissione).

Bisogna quindi parlare di non violenza come mezzo e fine della propia azione sociale. Il mezzo ed il fine che diventano la stessa cosa, la metodologia di azione e l’obiettivo che si associano in un’unica forma coerente. Un essere sociale che si muove non violentemente puntando alla non violenza.

Ma quale forma organizzativa si deve dare una società fondata sulla non violenza? Secondo me bisogna applicare i 3 principi sociali della non violenza. E’ molto più semplice di quello che si possa credere. E’ quasi una banalità.

Poi l’azione individuale deve puntare al “buon esempio: “fare quello che si vorrrebbe facessero gli altri”, “non fare quello che si vorrebbe non facessero”.

In sintesi:
1: 3 principi sociali della non violenza
2: metodologia d’azione e obiettivo (mezzi e fine) che si unificano diventando la stessa cosa
3: buon esempio.

Nient’altro, grazie.

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Europa e Israele paure parallele

Febbraio 10th, 2004 Pietro B. Posted in opinioni No Comments »

Logo 10.02.04

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di Adriano Sofri

[da la Repubblica di oggi]

AFFRONTO un problema delicato come la nuova demografia europea col solo proposito di osservarlo da un punto di vista inedito. Passerò attraverso la situazione dello Stato di Israele, rovesciando la sua proverbiale singolarità, e immaginandola invece come un termine di paragone del destino europeo. Questo itinerario sembrerà a qualcuno stravagante, o senz´altro scandaloso. Posso solo dire che si tratta di un esercizio astratto, e invitare alla pazienza.

La questione demografica occupa il centro del conflitto israelo-palestinese. Ha due aspetti. Uno è la rivendicazione del ritorno dei palestinesi andati profughi dopo il 1948 dal territorio d´Israele. È una questione tipicamente politica e storica, che col lungo passare del tempo è diventata una questione demografica. Il numero dei profughi attraverso i loro discendenti si è moltiplicato, e la realizzazione del “Ritorno” significherebbe ipso facto la riduzione a minoranza degli ebrei di Israele.

Ma anche riportando quella rivendicazione a una composizione diplomatica realistica (riconoscimento simbolico del diritto, rientro di un numero minore cadenzato nel tempo, risarcimento e investimento per l´accoglienza ai rifugiati nel futuro Stato palestinese ecc.) la questione meramente demografica incombe a sua volta. Il tasso di natalità di arabo-israeliani e israeliani ebrei è così squilibrato che, anche continuando l´immigrazione dalla diaspora, prima della metà del secolo la riduzione degli ebrei a minoranza di Israele sarebbe comunque un fatto compiuto.

Questi scenari stanno sullo sfondo di polemiche virulente come quelle appena suscitate da un´intervista scandalosa di Benny Morris ad Ha´aretz (tradotta ora da Internazionale).

Morris vanta una primogenitura tra i “nuovi storici” nella documentazione delle violenze e della premeditazione nella cacciata degli arabi dal territorio del nuovo Stato di Israele nel 1948, che gli procurò una fama di anticonformista e obiettore. Fra i molti intervenuti sull´intervista, quello di Baruch Kimmerling (History News Network, 26 gennaio 2004) ricostruisce le ricerche, a cominciare dalla propria, che avevano documentato prima di Morris l´espulsione degli arabi nel ?48 e il suo carattere programmato. La primogenitura di Morris era in parte usurpata, benché, come avviene ? si è appena ripetuto in Italia con il successo del libro di Pansa rispetto ai molti studi storici precedenti - il contenuto delle ricerche storiche conti meno dell´ascolto che riscuotono: e il libro di Morris fece scalpore.

Morris oggi, senza rinnegare quei risultati della sua ricerca, e anzi rincarandoli alla luce di nuovi documenti, giustifica l´espulsione degli arabi di allora, e arriva a rimpiangere che, à la guerre comme à la guerre, non fosse stata più estesa, e non esclude che in futuro una nuova espulsione ? una pulizia etnica, di fatto - diventi, benché ingiusta, inevitabile. (Morris ha poi smentito le parti più provocatorie della sua intervista a Ha´aretz). La situazione dei cittadini arabi di Israele ? cittadinanza di serie B, e tuttavia sentita a lungo come assai preferibile a quella dei palestinesi sotto autorità arabe - è radicalmente cambiata dall´inizio dell´Intifada di Al Aqsa, con la repressione sanguinosa delle loro manifestazioni. La reciproca diffidenza e ostilità fra ebrei e arabi dentro Israele è cresciuta drammaticamente.

S´è così rafforzata quella singolarità che segna lo Stato di Israele come stato di necessità, come Stato degli ebrei: che esclude la possibilità che i suoi cittadini ebrei diventino minoranza, condizione impensabile nella costituzione formale di un altro Stato democratico. Nel caso di Israele, la singolarità che rende costitutivamente paradossale la sua democrazia, è solo in parte la conseguenza del programma originario della fondazione dello Stato, l´aspirazione sionista a dare un focolare agli ebrei della diaspora e delle persecuzioni, resa più tragicamente urgente dall´avvento dei superstiti della Shoah.

Alla giustificazione d´origine si è sovrapposta e imposta la lunga guerra calda e fredda di Israele con un accerchiamento arabo immane per territorio e popolazione. Questa febbrile reciproca aggressività fa sì che l´ipotesi d´un amalgama etnico e della perdita d´una maggioranza garantita agli ebrei in un loro territorio, equivalga più che probabilmente alla cacciata ? o peggio - degli ebrei. Più volte, e ancora di recente (per es., nel saggio di Tony Judt sulla New York Review of Books del 23 ottobre 2003) il realistico, benché malinconico, programma di “due popoli e due Stati”, è stato contestato come troppo rassegnato o, piuttosto, come anacronistico in un mondo che dovrebbe superare le ottocentesche aspirazioni agli Stati nazionali in nome di associazioni più vaste e internazionalistiche.

Così Judt: «Israele ha importato un progetto separatista tipico del tardo Ottocento in un mondo che è andato avanti, un mondo di diritti individuali, frontiere aperte e legge internazionale… Israele, insomma, è un anacronismo».
L´obiezione è forse nobile, ma essa sì davvero anacronistica. Non dirò che fra il tardo Ottocento e Israele c´è stata la Shoah ? l´autore dell´articolo non l´ha certo dimenticato. L´equivoco sta nel far passare un´aspirazione attuale per un fatto compiuto. Viviamo in un mondo «di diritti individuali, frontiere aperte e legge internazionale»? Ci vive Israele? Judt rende senz´altro lo Stato d´Israele responsabile primo della crescita dell´antisemitismo contemporaneo: «Oggi gli ebrei non israeliani si sentono ancora una volta esposti alle critiche e vulnerabili agli attacchi per cose che non hanno fatto. Ma questa volta è uno Stato ebraico, non uno Stato cristiano, che li tiene in ostaggio per le sue azioni…

Nell´attuale “scontro di civiltà” fra democrazie aperte e pluraliste e Stati etnici bellicosamente intolleranti e ispirati alla religione, Israele rischia di cadere nel campo sbagliato». Il rischio è reale: a ridurlo valgono sia il pluralismo interno alla società israeliana, sia la diaspora, che non è solo ostaggio degli errori e delle colpe dei governi israeliani. Ma, senza attenuare la denuncia di errori e colpe dei governi israeliani, non si può indulgere all´idea che l´auge dell´antisemitismo contemporaneo sia primariamente un loro risultato. L´antisemitismo nuovo (nuovo quanto anacronistico) di tanta parte del mondo terzo, e “senza ebrei”, è una quintessenza della paranoia contemporanea: una riedizione geograficamente dislocata della paranoia europea tra le due guerre.

La stessa confusione fra auspicio e realtà fa dire a Judt che, nonostante le tensioni etniche e la crescita dei partiti ostili all´immigrazione, «rispetto a trent´anni fa, l´Europa è un patchwork variopinto di cittadini eguali, e questa è senz´altro la forma del futuro». Dev´esserlo senz´altro, e resta da vedere con quali strappi nel tessuto.

La bellicosità contemporanea, nelle sue stesse ispirazioni nazionalistiche e tribali, non è una propaggine del nazionalismo ottocentesco, ma un ingrediente moderno modernissimo del mondo globalista. È in parte una reviviscenza, in parte un fenomeno rinascente, e non un retaggio del passato. Questo vale soprattutto per l´islamismo politico contemporaneo. Occorre guardarsi dall´identificare il carattere retrogrado di certe campagne con un loro presunto carattere anacronistico. I Protocolli degli Anziani di Sion volti in fiction alla tv egiziana non sono l´attardata ristampa dei Protocolli europei: sono una nuovissima edizione, largamente indipendente, assai peggio che retrograda, e però, ahimè, niente affatto anacronistica. (E come chiameremo la disputa sul capo femminile velato nei luoghi pubblici che scuote l´Europa, come un anacronismo? O come un precoce rintocco della nuova modernità europea?)

Il preteso realismo che ratifica il fallimento ripetuto delle trattative israelo-palestinesi sui Due Stati, e dunque ripropone come oltretutto più praticabile il progetto d´un unico Stato per arabi ed ebrei di Palestina, rischia d´essere un´utopia imprudente, e di mettere involontariamente a repentaglio la difesa dello Stato di Israele. Dello Stato, dico ancora, e non dei governi. Perché non è così cruciale la distinzione fra governi di Israele e popolo di Israele, come molta retorica di seconda mano ripete a memoria ? specialmente di sinistra, in analogia allo schema usato su governo e popolo americano, eccetera.

Cruciale è la distinzione fra governi di Israele e Stato, perché è alla liquidazione dello Stato di Israele che l´oltranzismo islamista e arabista mira: ulteriore singolarità, perché in nessun altro conflitto una parte mira alla distruzione dello Stato nemico. La rivendicazione d´una integrazione nello Stato binazionale d´arabi ed ebrei non fa che anticipare ed esorcizzare gli esiti minacciosi d´un processo demografico nel quale gli ebrei diventino minoranza. È, alla lettera, fuori luogo. Il suo solo credito andrebbe affidato a una integrazione combinata di Israele e di Palestina nell´Unione Europea. Buona idea, vasto programma… La ex Jugoslavia, e più esemplarmente la Bosnia-Herzegovina con la finzione obbligata dello Stato uno e trino, mostrano quanto aggiornati siano gli anacronismi al calendario corrente.

All´altro capo, l´oltranzismo dell´ultimo Benny Morris, senza precedenti per una personalità laica ebraica, coincide con una diffusione in Israele dell´auspicio d´una “purificazione etnica”. Secondo l´Università di Tel Aviv, nel 1991 il 38 per cento della popolazione ebraica era favorevole al “trasferimento” con la forza dei palestinesi fuori dai territori occupati, e il 24 per cento era favorevole anche all´espulsione degli arabi israeliani. Nel 2002, le percentuali erano salite rispettivamente al 46 e al 31 per cento (Kimmerling). È facile supporre che ambedue le percentuali siano ulteriormente cresciute da allora. «L´alternativa ? conclude Kimmerling - è d´usare il tempo che resta per ritirarsi dai territori occupati e compiere una profonda riconciliazione fra cittadini ebrei e arabi di Israele e una loro piena integrazione come individui e come gruppi etnici dentro lo Stato di Israele su una base pienamente egualitaria». Senza di che Israele sarebbe uno Stato-paria, come il Sudafrica dell´apartheid.

Mi sembra davvero difficile che si possa obiettare alla constatazione, e alla paura, che Israele, lo Stato degli ebrei, sia minacciato nella sua esistenza. Però bisogna fare un passo ulteriore, non dare per scontato niente, per abitudine, e chiedersi: perché deve continuare a esistere uno Stato degli ebrei? Domanda delicata, risposta energica. Direi alcune cose più ovvie. Israele trae una ragione simbolica della propria esistenza dalla Shoah: se ne potrà temere una retorica e una propaganda, ma la ragione non è certo prescritta, né lo sarà. Inoltre, c´è una ragione materiale, e questa ancor meno prescrivibile.

Lo Stato d´Israele è il riparo offerto a ogni ebreo perseguitato in qualunque punto del mondo (può succedere anche, come l´altro giorno nell´attentato di Gerusalemme, che fra le vittime ci sia un ebreo appena immigrato dalla Francia). Ragioni come queste, storiche e attuali, simboliche e pratiche, non esauriscono tuttavia la questione.

Israele è anche ? forse soprattutto, per i suoi cittadini e per molti ebrei della diaspora - la patria del popolo ebraico, della sua millenaria sopravvivenza alla storia e alle persecuzioni. Tutte le ragioni citate, e le ulteriori, riconducono alla singolarità della storia d´Israele. Dunque escludono per definizione il paragone con altre situazioni, almeno ogni similitudine diretta. Per esempio con l´Europa. L´Europa, oltretutto, tradì la sua anima ebraica e perpetrò l´annientamento del popolo ebraico: il suo rapporto con l´ebraismo e con lo stesso Stato d´Israele resta quello d´un debito impagabile. Così come quel debito non può far da alibi a errori o colpe dei governi israeliani, non c´è errore o colpa di governo israeliano che autorizzi a dimenticare quel debito. L´Europa dunque si trova in una condizione affatto diversa da Israele, e per molti versi opposta.

Manifestazioni d´antisemitismo a parte, è tutt´altro che peregrino interrogarsi su che cosa farebbe l´Europa se l´esistenza d´Israele fosse ripudiata dagli Stati Uniti e davvero messa a repentaglio, al punto da dipendere dal soccorso europeo. Preferisco non rispondere.

Tuttavia, proviamo a disegnare un raffronto indiretto e, per così dire, di circostanze. Sull´Europa incombe un andamento demografico assai netto: caduta della natalità e longevità della popolazione tradizionale; gioventù, alto tasso di natalità e d´immigrazione, e al suo interno di quella islamica, della popolazione recente. Il mutamento, fino a toccare il rapporto fra maggioranza e minoranza, nella composizione demografica europea sarà rapido, benché non quanto quello prevedibile per Israele. Inoltre, il contesto politico e culturale nel quale questo sviluppo si compie, fomenta anche in Europa assai più un separatismo comunitario che un´assimilazione e un mescolamento. La sfida islamista (distinguo islamista da islamico) non s´accontenta di rifiutare integrazione e assimilazione, ma la disprezza come il peggior collaborazionismo col nemico.

L´Europa non ha alcuna obiezione di principio da opporre a questa mutazione demografica. Al contrario, i suoi principii universalistici incoraggiano e comunque legittimano lo scambio e l´accoglienza. Per limitarla, l´Europa ricorre a motivazioni pratiche, essenzialmente di ordine pubblico e di polizia. Questo crea una situazione non così dissimile da quella di Israele di fronte ai profughi e al Diritto al Ritorno. L´Europa riconosce formalmente un diritto alla migrazione, ma lo nega di fatto con motivazioni pratiche e finge d´offrirgli compensazioni: quote limitate, aiuti economici ai paesi d´origine ecc. (Che questi aiuti economici siano in grado d´arrestare, o anche seriamente ridurre, il flusso dei migranti, in tempi ragionevoli, è un´evidente illusione).

Dal punto di vista dell´universalismo europeo ? della cittadinanza comune della terra, secondo la celebrata risposta di Einstein: “Razza?” “Umana” - gli immigrati dal mondo povero e violento valgono altrettanti profughi di ritorno. Oltretutto possono spesso, a loro modo, rivendicare anch´essi una “catastrofe” alle proprie spalle ? come gli ebrei d´Israele, come i palestinesi, come l´antica diaspora armena, come la nuovissima diaspora cecena… Di quella catastrofe possono con molte ragioni rendere corresponsabile l´Occidente e i paesi ricchi ? benché a torto lo rendano unico responsabile, come le leadership arabe rendono a torto Israele unico responsabile della tragedia palestinese.

Nella quale Israele ha certo una ingente responsabilità storica, e una ancora più grave responsabilità attuale. (Così Kimmerling: «Dopo trentacinque anni d´oppressione, colonizzazione della loro terra, espropriazione delle loro acqua, detenzione amministrativa di decine di migliaia di palestinesi, distruzione sistematica della loro infrastruttura sociale e materiale, è peggio che ironico parlare dei palestinesi - come fa Morris - come di barbari e come d´una società malata»).

Sulla scala del pianeta, i despoti e le oligarchie del mondo giovane e povero si sono comportati per lo più come la leadership arabo-palestinese coi suoi profughi: recintandoli in una riserva di frustrazione, inerzia e odio per mandarli infine all´arrembaggio del mondo ricco. Riconoscere le buone ragioni è doveroso: legittimarne automaticamente la rivalsa è un suicidio. Le Costituzioni universaliste dell´Europa (possono essercene di scioviniste fin nella Carta fondatrice: “La Croazia è lo Stato dei Croati”…), fanno tuttavia affidamento implicito sul fatto, finora così garantito da sembrar naturale e non richiedere rassicurazioni istituzionali, che l´Europa sia il continente degli europei ? cioè di una maggioranza schiacciante di europei indigeni di lunga data, e di formazione, se non di fede, cristiana.

Non tanto di un colore ? il pregiudizio del colore è forse il meno tenace, ormai - quanto d´una memoria storica, di un´affinità di lingua, d´una comunanza di costumi, dunque di legami culturali, così come eminentemente culturale è il cambiamento annunciato dall´immigrazione, e specialmente dalla sua parte islamica oggi, cinese domani. (Negli Usa l´immigrazione è soprattutto centroamericana e dunque cristiana ? messicana, portoricana).

Questa fisionomia europea ? che per un verso fotografa il punto d´arrivo della lunga storia fitta di scambi incroci e mescolanze, per l´altro è mobile e cangiante per definizione, così da rendere relativa e consegnare alla memoria ogni istantanea - merita d´essere salvaguardata, e non solo per chiusura paura o avarizia, dal mutamento troppo brusco e incurante. Può valere per essa ? e dunque per ogni altro pezzo di mondo - la premura che in modo ultimativo e angoscioso Israele sente per la propria conservazione? (Oltretutto l´Israele ebraica ha una mobilità e mutevolezza di popolazione straordinariamente elevata).

Esitiamo ad affrontare serenamente la questione, per orrore delle risposte precipitose e odiose che le offrono xenofobia e razzismo. O, tutt´al più, la sentiamo come un problema pratico, la necessità di scongiurare o circoscrivere i conflitti pericolosi che una libertà sconfinata di movimento degli umani prima che di ogni merce promette di eccitare. Oppure sentiamo come un´illusione reazionaria la nostalgia per il mondo che conosciamo e che viene travolto: il mondo cambia, è sempre cambiato…

Tuttavia perché dovremmo esentare la sola forma storica della socievolezza e della convivenza della nostra parte di mondo da quella cura conservatrice che dedichiamo ad altri depositi della nostra storia, benché anch´essi esposti alla mobilità e al mutamento ? e, alla fine, alla consumazione? Le nostre città, il nostro paesaggio, le nostre risorse naturali, le produzioni tradizionali: investite tutte dal cambiamento, e tuttavia protette da sollecitudini peculiari e spesso da misure legislative? È così per le nostre viventi forme di vita, le lingue, le feste, le abitudini, i racconti: a confronto con la diffusione di parole gesti e abitudini sempre più uniformi, e peraltro con l´arrivo di forme di vita straniere e diverse, anche conflittuali.

L´arrivo di stranieri ? siano sempre i benvenuti, dev´essere scritto sulle porte delle nostre città - avviene in un tempo di guerra endemica, e ne soffre l´impronta. Considerazione ovvia, che però riduce la forza del paragone con l´emigrazione storica dall´Europa, e dall´Italia in primo luogo. Che può aver meritato a volte, e più volte ha subito, una discriminazione di polizia e di opinione che sconfinavano nel razzismo, ma non era sentita come l´avanguardia o la quinta colonna dell´aggressione di un´internazionale nemica, com´è oggi per il rapporto fra Islam e islamismo.

C´è un vasto ricorso alla retorica rassicurante delle invasioni barbariche. Il mondo dopotutto non finì: anzi, civiltà comunque decadenti ne furono rinsanguate. Il più equilibrato giudizio storico (oltretutto siamo eredi degli strappatori di barbe sacre almeno quanto dei senatori romani) non toglie la differenza di chi, nell´invasione barbarica, sta dalla parte invasa. Sapersi cittadini d´un mondo e d´un tempo destinati al tramonto non riduce il dolore e la resistenza. A questa retorica rassicurante (già foriera di spirito poetico, come in Kavafis: ma lì i barbari tanto attesi non arrivano) appartiene il luogo comune sulla Graecia capta, ripetuto per il rapporto fra decadenza e caduta dell´impero romano e popoli barbari. Però lo “scontro di civiltà” ha per posta proprio la cultura e il modo di vita.

Questione d´abbigliamento. Questione già avvenuta, dal momento che ci sono luoghi europei in cui l´inversione della maggioranza si mostra già: il centro di Rotterdam o la banlieue parigina, certe galere o certi quartieri italiani. C´è un omaggio astratto e retorico alle culture altrui ? fedi, credenze, costumi - che non impedisce, e spesso favorisce, il maltrattamento degli stranieri in carne e ossa. Bisognerebbe proporsi il contrario. Di trattare fraternamente lo straniero sulla nostra strada, o almeno di riconoscergli coi fatti il nostro stesso diritto, e di obiettare nettamente ai modi d´intendere la fede religiosa, alle credenze e ai costumi che sentiamo ingiusti, che violano i diritti delle parti più deboli e delle minoranze delle loro comunità, e minacciano quello che abbiamo di più caro e prezioso della nostra società.

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Psicopatologia del cellulare

Febbraio 9th, 2004 Pietro B. Posted in opinioni, tecnologia No Comments »

Logo 09.02.04

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di Umberto Galimberti

[da la Repubblica di oggi]

L´ansia non viene più elaborata e abbiamo l´illusione di controllare la realtà preda di sindromi infantili non tolleriamo la distanza, e neppure l´assenza.
Molti amano fare conversazioni intime davanti ad un pubblico. Il bisogno di possesso rivela una radicale insicurezza
.

Il telefonino forse non provoca nuove patologie, ma certamente amplifica quelle che uno già possiede, le evidenzia, le rende pubbliche, le mostra a tutti. Una vera vergogna.
Se fossimo buoni osservatori di noi stessi, forse, per conoscerci, potremmo risparmiare sulle sedute psicoanalitiche e prestare attenzione all´uso che facciamo del telefonino, che è un grande rivelatore del rapporto che noi abbiamo con la realtà e con gli altri. Così almeno pare dalla lettura di un libro istruttivo scritto dallo psicoanalista Luciano Di Gregorio, Psicopatologia del cellulare (Franco Angeli, pag. 176, euro 15).

Da un punto di vista psicologico il telefonino è un regolatore della distanza e un moderatore della separazione, determinata non solo dalla distanza fisica, ma soprattutto da quella più intollerabile di natura sentimentale che nasce dai vissuti di mancanza e di perdita del contatto con l´altro.

E´ un sentimento questo che abbiamo provato più volte da bambini quando la mamma si assentava. La possibilità che il telefonino ci offre di superare questa distanza e sopperire a questa assenza, dice quanto le sindromi infantili sono presenti e attive in noi, e quanto, incapaci di superarle, le tamponiamo con il mezzo tecnico. Ma chi è un uomo che non sa tollerare la distanza e l´assenza, che non sa stare solo con sé, che traduce subito la solitudine in un vissuto d´abbandono, quando non addirittura in una perdita di identità?

«Pur avendo il telefonino sempre acceso non mi chiama nessuno, quindi non sono nessuno». I sentimenti non hanno mediazioni razionali, il loro modo di procedere è da corto circuito. Le conclusioni arrivano presto. E allora mettiamoci noi a telefonare, non perché abbiamo davvero qualcosa da dire, ma per soddisfare un bisogno di sicurezza incrinato, da ricostruire con contatti continui, per non dire compulsivi. Non tolleriamo la distanza, non sopportiamo l´assenza, viviamo come dono degli altri, come loro concessione, in uno stato di dipendenza parziale o totale, che la dice lunga sul nostro stato infantile e sulla nostra mancanza di autonomia.

Sappiamo però che l´infanzia non conosce solo la dipendenza, ma anche l´onnipotenza. Un´onnipotenza magica, che forse compensa la dipendenza reale del bambino nei confronti degli adulti che lo aiutano a crescere. Il telefonino soddisfa anche il bisogno infantile di onnipotenza, garantendo illusoriamente il dominio e il controllo delle persone e degli eventi che ci interessano, con conseguente ridimensionamento dell´ansia ad essi connessa.
L´ansia non viene più elaborata.

Ma immediatamente agita e placata dalla risposta e dalla rassicurazione dell´altro. Ciò comporta che le nostre capacità interiori di gestire ansie e conflitti si indeboliscono progressivamente, e al loro posto subentra quella sorta di delirio di onnipotenza che ci dà l´illusione, ma non più che l´illusione, di poter controllare la realtà a distanza con la semplice attivazione di un auricolare. Col telefonino trasformiamo così una condizione di reale impotenza, che alimenta in noi una tensione emotiva, in un gioco illusorio di dominio sul mondo.

Ma qui il rimedio è peggio del male perché, se per placare l´ansia abbiamo bisogno del controllo, il controllo a sua volta alimenta i nostri vissuti paranoici, per cui incontenibili diventano le nostre verifiche sulla vita delle persone che ci interessano, sui luoghi che frequentano, sugli spostamenti che effettuano nell´arco della giornata, sulle persone che incontrano e sulle cose che fanno in nostra assenza.

In nome dell´amore ci trasformiamo in investigatori privati che, in ogni momento vogliono sapere dove si trova il compagno, la compagna, la moglie, il marito, la figlia, il figlio, sempre che essi ci raccontino la verità quando li raggiungiamo col telefonino, e a condizione che noi si sia abbastanza abili a captare alcuni segnali, i rumori di fondo, le voci d´attorno, e ora anche le immagini, che ci possono fornire utili indizi per alimentare la nostra ansia o garantire la nostra quiete.

Questo bisogno di controllo sottintende un radicale sentimento di incertezza e di sfiducia, che noi limitiamo allo spazio esistenziale privato, per nasconderci che, forse, questo spazio è più ampio, perché investe il nostro presente e il nostro futuro, su cui non esercitiamo alcun controllo, e perciò riversiamo l´ansia che ne deriva sullo spazio personale e relazionale che ci riguarda da vicino. Quanta nostra radicale impotenza a governare la nostra vita scarichiamo sul controllo di quei malcapitati che sono i nostri familiari e i nostri amori?

La rassicurazione che nasce dell´aver un certo controllo sulla realtà personale porta l´individuo a immaginare di possedere strumenti di controllo anche sugli eventi sociali, sugli imprevisti della strada, sulle anomalie del clima, e quindi di non essere in balia degli eventi, e di tacitare quel sentimento, alla base dell´angoscia primitiva, che è il terrore dell´imprevedibile, vero motore delle ricerche tecnico-scientifiche, di cui il telefonino è il mezzo più potente nelle nostre mani.

Ma l´onnipotenza non è vera onnipotenza se non è esibita, e l´esibizionismo è un´altra patologia che il telefonino ostenta fino a giungere alla pubblicizzazione dell´intimo, del personale, del segreto, del riservato. Ci sono persone di ogni età che usano il telefonino per strada ed hanno visibilità ai propri sentimenti e ai propri rapporti affettivi. Aggiungono volentieri dettagli intimi e, senza mostrare vergogna, dicono in pubblico certe frasi volutamente a voce alta, come se fossero in preda a un bisogno di visibilità.

Le espressioni del loro viso, dopo la telefonata, non ci fanno pensare a un senso di vergogna, nato dall´essere state colte inopportunamente in un momento delicato della conversazione. Noi siamo stati solo dei testimoni involontari del loro bisogno di rendersi visibili. Alla fine esse sembrano molto soddisfatte di essere state colte nella loro intimità da un pubblico ignaro, chiamato a raccolta per l´occasione. In fondo «non hanno nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi» che, tradotto, significa scambiare la spudoratezza per sincerità, e guadagnare visibilità a buon mercato, solo con il costo di una telefonata.

Il bisogno di visibilità la dice lunga sull´angoscia di anonimato in cui gli individui, nella nostra società, si sentono affogare. «Anonimato» qui ha una duplice e tragica valenza. Da un lato sembra la condizione indispensabile perché uno possa mettere a nudo, per via telefonica, i propri sentimenti, i propri bisogni, i propri desideri profondi, le proprie (per)versioni sessuali; dall´altro è la denuncia dell´isolamento dell´individuo, che ciascuno cerca a suo modo di colmare attraverso contatti telefonici dove, senza esporre la propria faccia, si soddisfa il bisogno di essere al centro dell´interesse di qualcuno, di non sentirsi soli al mondo e del tutto isolati in un solipsistico rapporto privato tra sé e quel vuoto di sé che ciascuno di noi avverte quando può vivere solo se un altro lo contatta.

Come i bambini possono incominciare ad abitare il mondo, a padroneggiare la realtà e a instaurare relazioni affettive tramite gli orsacchiotti e i giocattoli preferiti, così sembra che noi adulti non siamo più capaci di abitare il mondo e di garantirci le relazioni affettive senza quel tramite che è il telefonino, in nulla dissimile dall´orsacchiotto o dal giocattolo preferito dal bambino.

Che dire a questo punto? Che i nostri sviluppi tecnici, di cui andiamo tanto fieri, portano a una progressiva infantilizzazione di tutti noi e in generale della società in cui viviamo? E se proprio qui si nascondesse la vera patologia sottesa all´uso indiscriminato del cellulare che, come fa osservare ironicamente Luciano Di Gregorio nella conclusione del suo libro, per uno strano scherzo lessicale, ha lo stesso nome del mezzo che si usa per il trasferimento dei detenuti?

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Perché al Qaeda fa la guerra agli Stati Uniti?

Febbraio 7th, 2004 Pietro B. Posted in opinioni No Comments »

Logo 07.02.04

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di Domenico Schietti

Riprendendo il filo del discorso dopo oltre due anni …
Nessuno di quelli che asseriscono la necessità della guerra al terrorismo spiega perché al Qaeda muove guerra agli Stati Uniti. Io senza sapere perché al Qaeda fa guerra agli Stati Uniti, non riesco ad immaginare una soluzione, magari questi vogliono indietro due pecore rubate, e basta ridargli due pecore ed è tutto a posto.

Io vivo in una nazione (l’Italia-Europa) che dall’11 settembre 2001 è in guerra contro al Qaeda perché al Qaeda fa guerra agli Stati Uniti e noi siamo alleati degli Stati Uniti, ma nessuno mi ha mai detto perché al Qaeda fa guerra agli Stati Uniti.

Chi me lo spiega per favore… perché al Qaeda fa guerra agli Stati Uniti?

Da qui poi si può capire cosa fare per evitare questa guerra, se no sono tutte parole che non contano niente… .

Perchè al Qaeda fa guerra agli Stati Uniti?

Qualcuno che asserisce la necessità della guerra al terrorismo me lo può spiegare, così poi ragioniamo sul modo migliore per fermare al Qaeda in base a quelli che sono i motivi che li spingono ad agire contro gli Stati Uniti?

Ad exemplum: io so che i palestinesi si fan saltare perchè ci son problemi di territorio in palestina che è occupata contro le risoluzioni Onu (e perché non sanno usare la non violenza), ma perchè al Qaeda fa la guerra agli Stati Uniti?

Ad exemplum: io so che i tamil fanno guerra al governo centrale di Sry Lanka perché sono degli immigrati a cui non vengono riconosciuti i diritti pieni di cittadini… (e perchè non sanno usare la non violenza), ma perché al Qaeda fa guerra agli Stati Uniti?

Ad exemplum: io so che il comandante Marcos fa guerra al governo centrale messicano perchè gli indigeni del chiapas sono trattati come cittadini di serie b e lasciati in povertà estrema… (e perchè non sa usare la non violenza), ma perchè al Qaeda fa guerra agli Stati Uniti?

Qualcuno che asserisce la necessità della guerra al terrorismo mi può spiegare perchè al Qaeda fa guerra agli Stati Uniti?

Qualcuno è andato da bin laden a chiedere perché fa guerra agli Stati Uniti? Berlusconi, Ciampi, Woityla, Bertinotti, Agnoletto, Corriere della Sera, la Repubblica qualcuno ha chiesto ad emissari al Qaeda perchè fanno guerra agli Stati Uniti?

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Vecchi Commenti

Si comincia a parlare con un certa convinzione del terreno su cui cresce e prospera il terrorismo islamico. Il precedente commento in cui riportavo alcuni pensieri di Magdi Allam pubblicati sul Corriere della Sera è molto importante:

A questo proposito voglio ricordare che spesso si crede che tutto è relativo e perciò niente è vero, tutto è assurdo, la realtà non esiste e una cosa vale l’altra, non vale la pena fare niente, meglio lasciare che le cose vadano avanti senza provare a fare niente per modificarle perchè non serve a niente… Ma questo non è vero.

Un vecchio pescatore una volta durante una bassa marea camminava sul bagnasciuga. Raccoglieva le stelle di mare e le ributtava in acqua. Un passante lo rimproverò: “Ma cosa fa, perchè perde il suo tempo. Ci sono migliaia di chilometri di costa, milioni di stelle e una stella in più o in meno non cambia niente per nessuno!”. Lui lanciando un’altra stella in mare rispose: “Per lei sì!”.

Posted by: 2010 Eliminazione Povertà at 27.02.04 11:18

Il Problema del terrorismo

… il problema del terrorismo e dell’integralismo islamico è reale e attuale. E non si tratta di un terrorismo reattivo. Se gli americani si ritirassero oggi stesso dall’Iraq e se Israele facesse altrettanto nei territori palestinesi occupati, il terrorismo non cesserebbe. Dobbiamo prendere atto che la centrale del terrorismo islamico globalizzato, nota come Al Qaeda, ha dichiarato guerra al mondo della civiltà umana. Con questo terrorismo nessun compromesso è possibile. Va fronteggiato e sconfitto. Diverso è il discorso della manovalanza di cui si servono i burattinai del terrore. In quest’ambito occorre valutare e risolvere i problemi di fondo che alimentano il terrorismo, il terreno di coltura degli aspiranti combattenti di Dio. Si tratta in primo luogo della situazione economica. Viviamo in un mondo dove un terzo dell’umanità ha a disposizione due terzi delle risorse mondiali. Poi ci sono i problemi dell’indipendenza e libertà dei popoli. Dell’alfabetizzazione e emancipazione sociale. Del rispetto dei diritti dell’uomo. Ci sono tante ingiustizie e frustrazioni che portano i giovani al fanatismo. C’è infine la crisi di identità di chi non vuole o non riesce a far proprio il sistema di valori vigente. Quali soluzioni? Un impegno serio e globale per fronteggiare il terrorismo pianificato e finanziato da Al Qaeda. Contemporaneamente una seria strategia di sviluppo e emancipazione del sud del mondo. Di tutti i sud. Tra cui gli immigrati. Cordiali saluti. Magdi Allam

Posted by: Domenico Schietti at 26.02.04 20:35

So che a parlare di terrorismo si accendono subito gli animi e sia difficile vedere una soluzione che non sia lo sterminio delle persone che hanno provocato la sofferenza e la morte di persone a cui probabilmente si voleva molto bene.

Magdi Allam diceva in una risposta ad una mia lettera:
Caro Domenico, il terrorismo di matrice islamica globalizzato non è di natura reattiva bensì aggressiva. L’11 settembre del 2001 non è stato una reazione alla politica americana ma un atto deliberato di guerra. Se gli Stati Uniti si ritirassero dall’Iraq o dall’intera regione del Golfo il terrorismo contro gli americani non cesserebbe. Anzi aumenterebbe perché il ritiro verrebbe considerato un atto di debolezza. Il creatore di questo terrorismo, Osama bin Laden, non è il prodotto della disperazione della miseria o della frustrazione. E’ invece un miliardario che ha deciso di investire il suo patrimonio per fare del terrorismo lo strumento con cui conquistare il potere religioso, economico e politico in Arabia Saudita il suo paese natale. Cordiali saluti. Magdi Allam

In pratica Magdi Allam spiega che Bin laden cerca di conquistare il potere nel mondo arabo scagliandosi contro l’America.

Si tratterebbe di un caso di tattica in cui si scieglie un nemico esterno con cui compattare il fronte interno.

Ma non è un caso che venga scelta l’America come nemico, ci sono molti conti in sospeso col mondo arabo. (petrodollari, truppe americane sui territori arabi, finanziamento di regimi sanguinari, palestina…).

Allam sostiene che bisogna mantenere la tattica attuale di
-occupazione di teritori arabi,

e di coseguenza:
-truppe e arsenali in vari paesi arabi,
-scontro costante sul teritorio (Iraq, ma di conseguenza anche cecenia, afghanistan, palestina, filippine…)

seguendo la tattica che aprendo il maggior numero di fronti possibili sul territorio nemico
-si indebolisce il nemico,
-lo si mantiene psicologicamente impegnato,
-non gli si da respiro
sperando che il mondo arabo capisca che non finirebbe mai di pagare un attacco all’america, se non con la sua sottomissione (vedi Giappone, Germania, Italia, Texas, nativi americani, …), da cui poter emergere solo integrandosi nel mondo culturale americano o sviluppando una nuova civiltà compatibile con i valori americani. (vedi Europa)

Però questa tattica vascilla,
-il numero di morti nelle file occidentali aumenta,
-i sostenitori di al qaida aumentano,
-attraverso l’acquisto di petrolio ed il mantenimento di truppe nel territori arabi si finanzia al qaida,
-la miseria e la povertà nel mondo arabo cresce….e
- al qaida offre lauti stipendi e vantaggiosi premi alle famiglie di chi si immola per la causa.

Siamo sicuri che si stia seguendo la tattica migliore?

L’economia occidentale reggerebbe ad un nuovo 11 settembre?

Col progresso tecnologico non si rischia di andare verso un epoca in cui un solo attacco omicida può portare conseguenze sempre più gravi?

Bin laden non sappiamo perchè abbia scelto di dedicare la sua vita a questo progetto. Possiamo supporre che sia un caso analogo a quello di Berlusconi che vuole essere il presidente del consiglio, l’uomo più ricco del mondo, l’unto del signore ed il campione del mondo col Milan…. una certa megalomania abbastanza diffusa nel genere umano.

Siamo sicuri che non convenga dare una prova di superiorità mentale e non fisica? Siamo sicuri che invece di sottomettere il mondo arabo, non gli vada data da subito quella libertà (economica, di pensiero, di scelte, di vita…)che è il valore numero uno dell’america, lo stesso per cui i giovani si arruolano in al qaida supponendo che sia l’america a negargli di fatto questo diritto, la loro libertà?

Siamo sicuri che questa tattica non vada integrata con :

-Moneta unica araba
- Unione Araba
-finanziamento dei moderati arabi che sostengano il dialogo con il mondo occidentale
- sostegni all’economia del mondo arabo (vedi risoluzioni di 2010 Eliminazione povertà)?

Posted by: soluzioni al terrorismo arabo? at 22.02.04 13:18

Le mani sporche degli altri non lavano le proprie, in nessun caso, e questo vale per bush, bin laden, berlusconi, me, te e wotyla, … più tutti gli altri.

Posted by: Domenico Schietti at 22.02.04 13:17

Ah beata ingenuita`, e io che pensavo fosse Bush ad aver fatto il lifting all’imperialismo per ripresentarlo sotto una nuova veste… Grazie a questo articolo, scopro che e` il demoniaco Bin Landen il colpevole.

Posted by: Sabrina Manca at 14.02.04 19:57

Sono io che ringrazio te Domenico Schietti per i tuoi stimoli che divertenti o meno che siano ci fanno comunque pensare. Ed è inutile aggiungere che se in futuro anche prossimo avrai qualche altro spunto da proporci ItaliaBlogOltre è a tua disposizione. Quindi questi saluti vogliono essere non un commiato ma un arrivederci! Grazie ancora.

Posted by: Pietro B. at 09.02.04 19:21

quindi…

so che le numerose vittime dei vari tipi di terrorismo arabo-islamico (cecenia, palestina, al qaida) accende molto gli animi e sia difficile vedere una soluzione che non sia lo sterminio delle persone che hanno provocato la sofferenza e la morte di persone a cui probabilmente si voleva molto bene.

Anche i terroristi d’altronde sostengono la stessa cosa, le grosse sofferenze che provano per via del trattamento che vien riservato ai propri cari li induce a voler sterminare il nemico.

Qualcuno ha delle idee su come si possa dare una soluzione a questi problemi che non sia lo sterminio reciproco?

Posted by: Domenico Schietti at 09.02.04 14:50

Un tema molto interessante quello della guerra in Cecenia, valuterà Pietro B. se approfondirlo ed in che modo su Blogoltre,
io colgo l’occasione per ringraziare Pietro per aver pubblicato l’articolo e chiedo scusa per i miei toni e miei modi di fare che non sempre vengono capiti, ma però spero
che il tutto possa essere piaciuto e si sia riuscito a dimostrare in un modo
divertente che ci sono molti dubbi ai quali nessuno sa dare risposta sulle
reali motivazioni di questa guerra e sulle soluzioni che vengono attuate e
che in mezzo a questi dubbi ci sono delle mie proposte sulle quali ognuno è libero
di riflettere amodo suo traendo le sue conclusioni.

Ancora grazie

Domenico

Posted by: Domenico Schietti at 09.02.04 11:50

L’attentato al metrò di mosca: http://www.warnews.it/index.cgi?action=viewnews&id=2645 riapre in prima pagina la guerra in cecenia. Non appena i media cominciano a trascurare l’argomento ecco che subito arriva un’altro attentato. Io propongo di tenere caldo questo topic.

a questo link
http://www.radicalparty.org/welcome_it.html la raccolta firme per il piano di pace dei radicali, voi che ne pensate di questo piano?

Secondo voi Bush fa bene a finanziare Putin?

Secondo voi combattere i ceceni è il modo migliore per avere il loro petrolio?

Non converrebbe a Putin energia eolica che è molto più economica o coltivare legna nella taiga o fare impianti a specchi ustori (d’estate in russia la luce è anche di 20-22 ore) o tanti mini impianti idroelettrici in canali laterali ai grandi fiumi?

Posted by: pippo at 08.02.04 17:46

se applichiamo questo piano d’azione non preoccupatevi che poi lo convinco io al signor bin laden a mettere su qualche squadretta di pallone con il quale cercare di diventare campione del mondo e compensare le sue mire di leadership globale… eh… non vi sembra che ne sarei capace?

Posted by: Domenico Schietti at 08.02.04 16:49

Io non credo a questo, credo più nell’incapacità di una certa classe dirigente a risolvere e prevenire i problemi.

Io credo nell’intelligenza dei popoli e che questa intelligenza vada aiutata.

Certamente il modo attuale con cui si cerca di risolvere il terrorismo è ampiamente dimostrato essere controproducente.

per me moneta unica araba, nazione araba, finanziamento dei moderati, sostegni all’economia del mondo arabo è la soluzione.

Posted by: Domenico Schietti at 08.02.04 15:15

Anche perchè se continua l’invasione in iraq, l’attacco all’Afganistan, l’impoverimento dei paesi arabi, la frammentazione e la debolezza dell’islam,

al contario di quello che si spera,

Al Qaeda avrà un terreno sempre più fertile di coltura,

sarà sempre di più visto come il movimento che salverà il mondo arabo,

avrà sempre più seguagi,

ci saranno sempre più attentati,

ed il terrorismo non sarà sconfitto in nessun modo.

(che sia questo l’obiettivo, la famosa guerra globale? due eserciti d’accordo fra di loro che si fingono nemici e si combattono?)

Posted by: makunz at 08.02.04 15:05

Non risolve il problema in se del terrorismo di al qaeda e di bin laden, non da una risposta al perchè al qaeda faccia guerra agli usa, però va fatto e con urgenza.

Posted by: Domenico Schietti at 08.02.04 12:42

Argina il fenomeno del terrorismo eliminando il suo terreno di coltura, ma non risolve il problema in se del terrorismo. Mi sbaglio?

Posted by: pippo at 08.02.04 12:28

Che sia bello o brutto non lo so, si basa sul fatto che non sapendo il perchè al qaeda faccia guerra agli Stati Uniti, ma che per arruolare i suoi soldati faccia leva sull’unione araba, sull’ingerenza americana negli affari interni arabi e sulla povertà dei ceti bassi non tanto in arabia ma nel mondo arabo (algeria, egitti, palestina, iraq, iran..) determinata da una debolezza di questi paesi nel mercato globale e quindi abbiano bisogna come l’europa e gli usa di unirsi in un unica nazione con basi più solide.

econdo me va fatto e con urgenza, però non risolve il problema di del perchè al qaeda faccia guerra agli usa.

Posted by: Domenico Schietti at 08.02.04 12:03

“secondo me in base ai dati in mio possesso
il terrorismo è una conseguenza della mancata applicazione dei 3 Principi Sociali Della Non-Violenza . Le multinazionali delle armi, e dell’energia, hanno perseguito per anni la politica del “dividi et impera” finanziando ed aiutando tutto ciò che fosse contro qualcuno e volesse risolvere le problematiche attraverso l’uso della violenza. Vanno finanziati i moderati. In particolare non bisogna lasciare il tema dell’unione araba nelle mani dei fondamentalisti. Va incoraggiata l’Unione Araba e la Moneta Unica Araba ed allora saranno gli stessi arabi a risolversi in casa loro il problema dei fanatici e del terrorismo.

Però questa è una mia supposizione, perchè loro (usa ed al qaeda) non sanno spiegarmi il perchè al qaeda stia facendo la guerra agli stati uniti ”

Non è una brutta supposizione e neanche un pessimo piano di azione.

Posted by: pippo at 08.02.04 11:50

Grazie della risposta Magdi Allam.

Quindi la risposta se ho capito bene è:

(al Qaeda) Osama bin Laden, (fa la guerra agli Stati Uniti perchè è )un miliardario che ha deciso di investire il suo patrimonio per fare del terrorismo lo strumento con cui conquistare il potere religioso, economico e politico in Arabia Saudita.

Giusto?

Se vuole il potere in Arabia Saudita perchè allora non fa la guerra all’Arabia saudita invece che agli Stati Uniti?

Posted by: Domenico Schietti at 08.02.04 01:17

Re: perchè?

Caro Domenico, il terrorismo di matrice islamica globalizzato non è di natura reattiva bensì aggressiva. L’11 settembre del 2001 non è stato una reazione alla politica americana ma un atto deliberato di guerra al cuore economico e militare della superpotenza mondiale. Non si tratta quindi di restituire due pecore. Se gli Stati Uniti si ritirassero dall’Iraq o dall’intera regione del Golfo il terrorismo contro gli americani non cesserebbe. Anzi aumenterebbe perché il ritiro verrebbe considerato un atto di debolezza. Il creatore di questo terrorismo, Osama bin Laden, non è il prodotto della disperazione della miseria o della frustrazione. E’ invece un miliardario che ha deciso di investire il suo patrimonio per fare del terrorismo lo strumento con cui conquistare il potere religioso, economico e politico in Arabia Saudita il suo paese natale. Cordiali saluti. Magdi Allam

Posted by: Domenico Schietti at 08.02.04 01:17

Io voglio un lieto finale

Vivo da imbranata
da che sono nata
è demente che io sia quasi niente
era un’okkasione sorprendente
fondo abissale non ancora
scandagliato
un terminale da tutti ignorato

Vivo con Cino indigesto
spalla spiovente occhio pesto
tu sei un tranchino un barbabonino
insufficiente soldatino
uffa che palla non sei una farfalla
solo una larva che sbava
e che parla
io voglio un lieto finale
Vivo da imbranata
da che sono nata
è demente che io sia quasi niente
era un’okkasione sorprendente
fondo abissale non ancora
scandagliato
un terminale da tutti ignorato

Voglio cullarmi se mi pare
dai guariscimi il mio male
io voglio un lieto finale
sempre dai dubbi si puo trovare
da che parte puoi cominciare
a risucchiare a sbatacchiare
Voglio cullarmi se mi pare
dai guariscimi il mio male
io voglio un lieto finale
sempre dai dubbi si puo trovare
da che parte puoi cominciare
a risucchiare a sbatacchiare
Voglio cullarmi se mi pare
dai guariscimi il mio male
io voglio un lieto finale

Io voglio un lieto finale

(Ustmamò - Ust)

Posted by: io voglio un lieto finale at 07.02.04 18:41

a me di una moglie che mi fa le corna non me ne frega niente… è tutto amore e lei una persona libera e le può dare e prendere da chi vuole… potrei anche essere sposato ad una puttana che si fa dare in cambio la carne dal macellaio e a me starmi bene….

però se mi rompe la macchina, mi spacca la porta di casa e mi butta giù il computer dalla finestra gli dovrò chiedere il perchè o no?

Al masimo se è pazza la faccio ricoverare, ma se non glielo chiedo il pazo sono io e al qaeda ha ragione a bombardarmi, chissà cosa gli sto facendo, magari mi son seduto sopra agli occhiali di bin laden, non me ne sono accorto, non mi alzo, non lo ascolto e tutto si risolverebbe chiedendogli ” cosa c’è” “gli occhiali, i miei occhiali, ti sei seduto sopra” ” ah scusami, ecco mi alzo ed ecco i tuoi occhiali… si sono rotti scusami te li ripago”

Posted by: Domenico Schietti at 07.02.04 18:01

Dunque tu SERIAMENTE dici che vuoi sapere da al Qaeda perché fanno la guerra agli USA?

Io pensavo SERIAMENTE a una boutade!

E’ evidente che non ho capito il tuo pensiero fino in fondo. E’ come dire al marito cornuto che deve sentire dalla moglie le vere ragioni del tradimento. Sai che consolazione!

Ripeto: al Qaeda è funzionale all’imperialismo americano. Cosa ti serve sapere ancora?

Posted by: Pietro B. at 07.02.04 17:43

questa è una signora risposta…

secondo me allora se la faccenda è così fra le varie cose che il governo italiano deve fare ( e se non lo fanno loro lo deve fare un giornalista) è trovare qualche emissario di al qaeda che ci spieghi bene… magari rivogliono indietro due pecore e tutto si risolve senza troppi casini… le guerre si combattono per le pecore, i pascoli e le troie, pardon le elene.. e si possono risolvere facilemte a volte… però bisogna sapere il perchè…

senza il perchè qualsiasi cosa venga detta su come combattere, come risolvere, cosa fare, ec ecc è infondato… no?

Posted by: Domenico Schietti at 07.02.04 16:26

Il perchè AlQaeda sia ‘in guerra’ con gli Usa è spiegato da una parte dai ‘cominicati ufficiali’ (i famosi video), dall’altra da interpretazioni che ognuno può fare in proprio o leggere da qualche parte.

E’ cos’ per tutte le guerre, anche per la recente invasione anglo-americana in Iraq: ci sono comunicati ufficiali da parte degli attori attivi (e passivi), poi le innumerevoli interpretazioni.

Per rispondere alla tua domanda, a parte i video trasmessi da AlJazira e altre tv, non c’è molto di ufficiale (AlQaeda non è uno stato dotato di strutture stampa o tv), ma quasi tutto di interpretato: ipotesi, analisi, previsioni.

Un po come per le italianissime BR: qualche comunicato ufficiale e tanta interpretazione (anche se ci sono, è vero, gli atti processuali e qualche libro scritto direttamente da uno o più protagonisti (non ricotdo ora il nome)).

Posted by: marcione at 07.02.04 16:24

Non è una certezza, ma una supposizione validata da moli elementi, però capisci che questo non è nè affermato da al qaeda nè dagli stati uniti e noi siamo in guerra contro al qaeda, ma non sappiamo chi sia questo nostro nemico e perchè faccia guerra agli stati uniti nostro alleato e nessuno (woitila, bertinotti, prodi, corriere, manifesto, maurizia paradiso, mike bongiorno, lilli gruber, ) si da la briga di sapere perchè al qaeda fa la guerra agli stati uniti.

Se non fosse possibile saperlo, va affermata questa verità ovunque: siamo in guerra contro un nemico che non sappiamo chi sia e perchè ci fa guerra e quindi rimarrebbe come prima cosa quella da saPERE CHI SIA E PERCHè CI FA GUERRA PER TROVARE POSSIBILI SOLUZIONI,

se no sono tutte parole.. supposizioni e soprattutto azioni infondate… i nostri soldati morirebbero, stanno morendo, sono in guerra per dei motivi infondati… è piuttosto grave come problema… non trovi?

C’e un emissario di al qaeda così gentile da spiegarci perchè sono in guerra con gli stati uniti?

Posted by: Domenico Schietti at 07.02.04 15:57

Io non frequento circoli terroristici e mi pare di aver riportato gli autori del libro in questione. Il problema vero è che al Qaeda non è una entità ben definita, anzi come tu mi insegni non sappiano in realtà nemmeno se esista veramente come struttura organizzata e coordinata e nemmeno chi siano i suoi veri capi e quali scopi si prefiggano. Dunque chi vuoi che risponda alle tue domande? Magari lo stesso Bin Laden? Questo terrorismo è funzionale all’imperialismo americano questa è l’unica certezza che abbiamo!

Posted by: Pietro B. at 07.02.04 15:44

Io ti ringrazio Pietro per la tua pazienza, lo sanno tutti xche sono un gran rompiscatole, però sanno anche che a volte ci msi diverte e si risolvono problemi.

Gli emissari di al qaeda, bin laden sostengono che “Satana- America” è l’entità politica basata sulla violenza autoritaria, la doppia morale, l’egoismo ossessivo e una storica ingenuità che identifica il Sé con il Mondo.”?

E se la risposta è sì, potresti mostrarmi dove un appartenente autorizzato da al qaeda lo sostiene?

Posted by: Domenico Schietti at 07.02.04 15:38

Qualche risposta io l’ho trovata nel libro di Ziauddin Sardar e Merryl Wyn Davied “Perché il mondo detesta l’america?” di cui cito questo brano: “Quello che tanti detestano è “l’America”, l’entità politica basata sulla violenza autoritaria, la doppia morale, l’egoismo ossessivo e una storica ingenuità che identifica il Sé con il Mondo.”.
Le risposte alle domande di Domenico Schietti ci sono e molti si sono cimentate nel darle il problema è iniziare ad elencarle.
Ma qui vedo si preferisce, bontà sua, continuare nell’elenco dei quiz.

Posted by: Pietro B. at 07.02.04 15:32

io non so cosa sia giusto fare o no rispetto al terrorismo islamico, perchè non so il motivo per cui al qaeda fa guerra agli stati uniti, …

che agli islamici faccia piacere l’eliminazione della povertà, che il 50 per cento dei giovani isalmici sia senza fissa occupazione e stipendio e che al qaeda offra un cospicuo stipendio alle sue truppe poi è un altro discorso ancora che non è quello della domanda in questione

Posted by: Domenico Schietti at 07.02.04 15:15

Ti pongo io un quesito Domenico: credi veramente di sconfiggere il terorismo solo cambiando lo status di determinate popolazioni con la tua campagna 2010 eliminazione povertà?

Posted by: pippo at 07.02.04 15:09

allora gli bisogna chiedere senza fretta di spiegarci meglio a noi tapini:

cos’è il punto di riferimento?

cos’è l’occidente?

cos’è il fanatismo?

cos’è la corruzione?

Cos’è l’infedeltà?

cosa significa essere alleati di israele?

cosa significa aver fatto un embargo pagato dai poveracci?

Posted by: Domenico Schietti at 07.02.04 14:49

perchè sono il punto di riferimento dell’occidente fanatico e corrotto, il faro dell’infedeltà, perchè sono il primo alleato di Israle e la potenza che ha finito di massacrare l’Iraq con l’embargo pagato soltanto dai poveracci.

Posted by: makunz at 07.02.04 14:46

Qualcuno gli ha chiesto di conseguenza:
-cosa intendete per ingerenze negli affari nel mondo islamico ?

- queste truppe sul vostro territorio sono state volute democraticamnete dai cittadini islamici?

- gli stati uniti stanno imponendo la presenza di queste truppe contro la volontà dei cittadini e di conseguenza contro le risoluzioni onu sull’autodeterminazione dei popoli… ?

Posted by: Domenico Schietti at 07.02.04 14:38

in un intervento d BIn LAden d parecchio tempo fa m sembrava che spiegasse che tra i primi motivi d queste azioni violente c’è la presenza di truppe amerikane della terra santa islamica (arabia saudita), e le ingerenze sugli affari del mondo islamico da parte dell’occidente…
ANche queste spiegazioni nn sono molto convincenti… cmq attendo trepidante le risposte..

Posted by: pippo at 07.02.04 14:37

va bene… satana è un allegoria, cosa rappresenta quell’allegoria nella mente di un appartenente ad al qaeda?

Posted by: Domenico Schietti at 07.02.04 14:28

Vuoi dire che non si può accettare la verità che ci viene detto dalle due parti contendenti?
Domenico devi essere più esplicito. Perché le motivazioni ufficiali ci sono! Gli Stati Uniti sono per al Qaeda la rappresentazione di Satana che vuole schiacciare l’Islam mentre gli USA vedono il terrorismo di al Qaeda come una contrapposizione tra civiltà una liberista (la loro) e una oscurantista (quella di al Qaeda). Tu sei contrario a questa rappresentazione? Non ci credi e non ci hai mai creduto? Pensi che siamo dei poveri illusi a pensarla così? Prima volevo stimolarti a non fermarti alle domande ma a dare una qualche risposta. Perché vedi che di domande a cui nessuno può rispondere se ne possono fare a bizzeffe…

Posted by: Pietro B. at 07.02.04 14:22

“Non è che non si sappia perché al Qaeda stia facendo guerra agli Stati Uniti…. ” Pietro B.

Non e vro che non è che non si sappia tant’è che non lo dici, io son due anni che aspetto di saperlo… io non lo so, centinaia di persone che conosco non lo sanno… ci sono in giro centinaiia di teorie fantasiose sul perchè al qaeda faccia guerra agli stati uniti, ma nessuna sa il perchè, neanche quelli di al qaeda

Posted by: Domenico Schietti at 07.02.04 14:13

Non è che non si sappia perché al Qaeda stia facendo guerra agli Stati Uniti. I proclami di Bin Laden mi pare siano ampiamente pubblicizzati. E quelle sono le motivazioni ufficiali.

La tua domanda pressante mi pare abbia come scopo principale di stimolare un dibattito sulla conduzione della guerra al terroristo da parte degli USA e dei suoi alleati.

Sarebbe interessanta capire se tu Domenico Schietti ti sei fatta una idea al riguardo e quale come sono sicuro che sia.

Posted by: Pietro B. at 07.02.04 14:03

Mi permetto di iniziare io stesso i commenti per stimolare la conversazione:

Che sia giusto o sbagliato, ogni cosa di solito ha un suo perchè… e in base a quel perchè si può tentare di trovare una soluzione a quella cosa nel caso si trattasse di un problema.

Io per esempio dissento con entrambe le parti in causa dei conflitti citati in precedenza perchè propongo in alternativa le risoluzioni di 2010 eliminazione povertà,

ma le parti in causa, in quelle situazioni, sanno cosa stanno facendo,

in questo caso invece, la guerra ad al qaeda… non sappiamo nulla… e non lo sanno neanche loro sembrerebbe perchè è 2 anni che non ho risposta, …

allora il problema diventa questo… cercare di aiutare queste persone a capire quello che stanno facendo e perchè lo stanno facendo e se è la cosa migliore che possono fare per risolvere i loro problemi o magari ci sono soluzioni migliori….

secondo me: Ad esempio secondo me in base ai dati in mio possesso il terrorismo è una conseguenza della mancata applicazione dei 3 Principi Sociali Della Non-Violenza . Le multinazionali delle armi, e dell’energia, hanno perseguito per anni la politica del “dividi et impera” finanziando ed aiutando tutto ciò che fosse contro qualcuno e volesse risolvere le problematiche attraverso l’uso della violenza. Vanno finanziati i moderati. In particolare non bisogna lasciare il tema dell’unione araba nelle mani dei fondamentalisti. Va incoraggiata l’Unione Araba e la Moneta Unica Araba ed allora saranno gli stessi arabi a risolversi in casa loro il problema dei fanatici e del terrorismo.

Però questa è una mia supposizione, perchè loro (usa ed al qaeda) non sanno spiegarmi il perchè al qaeda stia facendo la guerra agli stati uniti e quindi per trovare soluzioni, prima bisogna sapere il perchè…

Posted by: Domenico Schietti at 07.02.04 12:54

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Chi vuole veder morto il giornalismo

Febbraio 1st, 2004 Pietro B. Posted in opinioni No Comments »

Logo 01.02.04

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di CARLO BONINI e GIUSEPPE D´AVANZO

[da la Repubblica del 1/2/2004]

Con molta sollecitudine si sta dichiarando in Italia la morte del giornalismo. Sembra che si prenda atto del decesso addirittura con un sospiro di sollievo. Si chiude con soddisfazione, dopo trent´anni dallo “scandalo Watergate”, quella stagione liberale che attribuiva all´informazione la funzione di “guardiano dei poteri”. Una maledizione che, a quanto pare, finalmente ci si può gettare alle spalle. Anche la vecchia “zietta” della Bbc non ha rispettato le regole e si è rotta le gambe e quindi che cosa resta? Aria fritta. Manipolazione. Poco importa se il “rapporto Hutton” è considerato dai più alquanto compiacente con gli interessi di Tony Blair. Nulla importa se l´opinione pubblica inglese, per la gran parte, è con la Bbc e continua a chiedere, come e con la Bbc, a Mr. Blair: «Spiega, per favore, sulla base di quali evidenze di una minaccia nucleare hai trascinato il Paese in guerra».

In Italia, tutto questo diventa occasione per il consueto, stanco canovaccio. In prima fila, con violenza ma senza ipocrisia, ci sono coloro che, come Giuliano Ferrara, pensano che il potere sia uno e non plurale. L´unico potere legittimo, secondo costoro, è quello investito dalla volontà del popolo. Disprezzano ogni potere neutro e di controllo. Anzi, definiscono i poteri neutri «cosiddetti». Figurarsi che considerazione possono avere per un´informazione che ha la pretesa di controllare quell´unico potere legittimo e addirittura «tende a sequestrare gli attributi della sovranità». Fin qui, nessuna sorpresa.

Questi argomenti sono tutti iscritti nella declinazione dell´equilibrio tra i poteri avviata dal neo-populismo italiano.
La sorpresa è nelle voci che si affollano intorno al processo alla Bbc. Se ne leggono di tutti i colori. C´è un americanista, per dirne una, che invoca per la stampa «limiti che la fermino», dimenticando che il Primo emendamento della Costituzione americana vieta al congresso di approvare leggi che restringano la libertà di informazione. Anche professionisti che sono l´eccellenza del nostro mestiere sembrano sottovalutare la natura strumentale del processo alla Bbc in salsa italiana. C´è così chi attribuisce la crisi di credibilità dell´informazione anche a una «stampa superficiale, vanitosa, interessata». C´è il nostro amico Francesco Merlo che, per un´ostinata passione del paradosso, sostiene che la batosta della Bbc è un «bene per il mestiere, per la politica e la verità», perché «liquida la retorica dell´andare a vedere». Sembra a Merlo che bisogna rilanciare «il giornalismo fatto da seduti»: «A volte è meglio aver letto Dickens e Maupassant, piuttosto che essere andati in giro a caccia di scoop».

To scoop significa “scavare” e di qualche scavo - per stare all´oggi e al difficile lavoro che stanno affrontando decine di cronisti - hanno bisogno i risparmiatori italiani truffati con il default Cirio e Parmalat. Ci sembra.
La verità è che questo dibattito domestico è piccino. Odora di tinello. È autoreferenziale e consociativo. Perché alimenta e ingrassa i populismi e gli stalinismi che imperversano nella cultura e nel senso comune del Paese: entrambi refrattari alla regola che può limitare il potere; ostili a quel sistema di checks and balances, di pesi e contrappesi, in cui si iscrive in una società liberale anche la funzione pubblica del racconto giornalistico. Il dibattito italiano corre il rischio di diventare, per questa strada, un alibi per ridefinire il rapporto tra informazione e potere, ovviamente a danno dell´informazione.

Che il “metodo Watergate” fosse bell´e finito, non è una novità. Dieci anni fa, lo ha spiegato, ragionandoci su, Rodolfo Brancoli in uno straordinario e accuratissimo saggio (Il risveglio del guardiano, Garzanti 1994). Quel che non convinceva più l´opinione pubblica americana era che quel “metodo” veniva riproposto all´infinito. Come se ogni scandalo avesse la stessa natura. Come se ogni scandalo o inchiesta dovesse essere affrontata con quello stesso approccio giornalistico, aggressivo e rumoroso. Gli americani vedevano, in questa routine, un´arroganza: l´arroganza dei media. E ne diffidarono.

La questione, che è sul tavolo da un decennio (lo ripetiamo), in Italia la si scopre soltanto adesso. Con opportunistica lena, la si ripropone ? crediamo - soltanto per mettere in ombra ciò che, nell´affaire Blair/Bbc, è ben più decisivo e importante. In quell´affaire il protagonista non è (non è innanzittutto) Andrew Gilligan, non sono i suoi trucchi né il narcisismo di un´informazione che vive di clamore. Protagonista dell´affaire è un servizio pubblico che non si inchina subalterno e servile al governo. Anzi ne verifica le mosse, le ragioni, le decisioni. E, quando i conti non tornano e i fatti non ci sono o non sono documentati, pone delle domande e pretende delle risposte. Quali che siano gli errori e la superficialità del lavoro di Gilligan o i mancati controlli dei suoi direttori, questa “verità” non può essere cancellata dall´evasivo e discutibile “rapporto Hutton”.

Qui da noi, nessuno parla di questo se non, e purtroppo mai pubblicamente, i molti e i tanti giornalisti italiani che ogni giorno fanno il loro lavoro con onestà e passione e rispettando le regole. Chi ha preso la parola in questo dibattito preferisce al contrario dichiarare morto il giornalismo di inchiesta, un genere professionale che non c´è. Che, quando c´è stato, ha avuto i caratteri dell´occasionalità, della particolarità, dell´individualismo: Tommaso Besozzi che racconta la morte di Salvatore Giuliano; Andrea Purgatori e Daria Lucca che svelano le bugie del disastro di Ustica; finanche il Giuliano Ferrara, direttore di Panorama, che racconta le violenze sui civili dei militari italiani in Somalia? Episodi mai incoraggiati; parentesi mai diventate carattere distintivo di una storia, di una tradizione professionale; testimonianze mai promosse a routine di un “mestiere”.

Dov´è in Italia il giornalismo d´inchiesta? Dov´è, in Italia, il giornalismo che non si accontenta delle verità ufficiali? Dov´è, in Italia, un´informazione che non pretende di conoscere la verità prima di aver accertato i fatti?
Si comprende la grassa soddisfazione di chi celebra il funerale della notizia. Liberati dalla necessità, che poi dovrebbe essere un dovere, di documentare decentemente i fatti, i gaudenti osservatori della (momentanea) crisi (inglese) del giornalismo di notizie possono sbandierare, in casa propria, l´unica pratica professionale che gradiscono e comprendono. È una pratica assai a buon mercato e, a noi, appare una funesta malattia, la peste, la tabe del giornalismo italiano: l´opinionismo.

Di destra o di sinistra che sia, o terzista un po´ di qua e un po´ di là, c´è un tipo di giornalista italiano (assai visibile, ma fortunatamente non maggioritario) che conosce sempre la verità prima di conoscere i fatti. Dei fatti nulla sa, nulla vuole sapere (pensate davvero che tutti coloro che in questi giorni strologano del “rapporto Hutton” abbiano fatto la fatica di leggerne le oltre 300 pagine a disposizione in Rete?). Il solo prodotto che ambisce di offrire a voi lettori è la sua opinione sapientissima. Massimo Bucchi ha scorticato questo vizio con una fulminante vignetta. L´omino pregava: «Dacci oggi il nostro parere quotidiano».

Il giornalismo ha sempre gli stessi ingredienti. Deve raccogliere senza pregiudizi degli elementi che possano ragionevolmente spiegare (spesso e purtroppo, parzialmente) come stanno e sono andate le cose, che cosa è accaduto, come e per responsabilità di chi. Per farlo con decenza occorre lavoro, tempo, onestà e la voglia di farsi venire dei dubbi e di affrontare qualche inimicizia (c´è chi, giornalista, si vanta di non essersi mai fatto un nemico in 25 anni di professione). Al contrario, l´opinionismo fa a meno dei dubbi, del lavoro, ma mai dei pregiudizi e degli ideologismi. È l´opinionismo che, a nostro giudizio, uccide il giornalismo. Non le notizie, non la ricerca paziente delle notizie, non l´ostinazione di farsi e fare delle domande, non gli infortuni che pure, lungo questa strada, ci possono essere. Peraltro, inciampa in un infortunio soltanto chi quella strada frequenta. E, se in buona fede, anche l´errore finisce per essere utile a migliorare la qualità della ricerca, non ad eliminarla, come sembrano pensare lor signori.

Mettiamola così. L´Italia non ha nulla da spartire con l´Inghilterra. Il giornalismo italiano nulla ha a che spartire con il giornalismo inglese. La Rai non è la Bbc e la notizia non è l´opinione. Volesse il cielo che l´Italia avesse un caso Blair/Bbc da discutere, anche in presenza della tragica morte di David Kelly e delle cronache “sexy” di Gilligan. Volesse il cielo che avessimo un giornalismo di inchiesta. Purtroppo, in Italia, il giornalismo rischia di avere sempre di più il volto e i modi di chi (una volta cronista aggressivo), dalle colonne di Panorama, house organ del premier-imprenditore, definisce il presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky «un azzeccagarbugli pronto a dare la patente di costituzionalità ad ogni operazione della sinistra, come a bollare di incostituzionalità ogni provvedimento del centrodestra».

Si attende di sapere se chi formula questa accusa ha mai letto un solo rigo dei libri scritti da Zagrebelsky. Se ha mai ascoltato una sua lezione. Se ha accertato con pazienza, quali sentenze della Corte costituzionale Zagrebelsky ha approvato e quali bocciato. Crediamo che l´attesa sarà inutile perché chi denuncia quella grave parzialità conosce già tutta la verità. Se il giornalismo si deforma in opinionismo, nulla poi deve essere documentato. I fatti non interessano. I fatti diventano cattivo giornalismo e nessuno chiederà conto a quel giornalista, come ad Andrew Gilligan, delle evidenze che giustificano quell´accusa così infernale per un “giudice di garanzia”. Alleluja!

Viva il giornalismo. Viva l´Inghilterra. Viva la Bbc.
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Vecchi Commenti

In internet si possono anche trovare notizie ed articoli come questo:

Davos? Bush e Blair scaricati.

Venerdi 6 Febbraio 2004

c’era una frase che non mi ricordo bene cosa diceva… fecero un deserto e la chiamarono pace, fecero un cimitero e la chiamarono libertà, fecero schifo e la chiamarono democrazia.

Siamo nel 2004 ed hanno inventato da tempo i metodi dolci… per estrarre un calcolo dal rene fanno anestesia locale e microchirurgia in day hospital senza bisogno di tramortire , aprire, invadere, ricoverare, cateterizzare e far pesare sulla bilancia del contribuente le spese dell’ospedale, dei dottori, dei farmaci, delle infermiere e tutte le conseguenza post operatorie, l’assenza dal lavoro, la cassa malattia…

e quasi nessuno ha più i calcoli perchè non si beve più l’acqua calcarea, ma l’acqua buona di fonte, di montagna e quindi le malattie vanno prevenute, si possono prevenire e devono essere prevenute.

Blair e Bush ( e i loro predecessori) sono degli emeriti incapaci perchè risolvono i problemi in malomodo, non li sanno prevenire, e fanno schifo, ci costano un casino, sventolano dei conticini da prima elementare per dimostrare dei guadagno economici con le loro operazioni militari che però al contribuente ed alle economia costano cifre inverosimili,

la loro incapacità costa sofferenze disumane alle popolazioni e costi inverosimili al portafoglio (sempre delle popolazioni, mica il loro).

Davos? Bush e Blair incapaci, scaricateli per favore, la loro fermata è questa.

Domenico Schietti
Libera Associazione il Popolo
http://www.liberaassociazioneilpopolo.it/

Posted by: Domenico Schietti at 06.02.04 13:49

Anche sulla BBc ci sarebbe molto da discutere, secondo me la novità è internet, io su internet trovo tutte le notizie di cui ho bisogno da tutti i punti di vista possibili!

Posted by: Domenico Schietti at 05.02.04 00:43

Purtroppo è da quando è “nata” La Repubblica che le battaglie giornalistiche hanno assunto un tono e una qualità sempre più tendente allo squallido (e con questo non voglio assolutamente dare una connotazione negativa a La Repubblica, anzi). La storia del giornalismo anglosassone è una storia anche di sbagli, di schieramenti e decise prese di posizione, ma rimane un mondo nel quale è facile distinguere la notizia dal commento. In Italia invece la notizia è - troppo spesso - già commento; e questo non aiuta il lettore e il senso civico del cittadino qualunque. Beh, tutto questo per dire che sono d’accordo con te: continuerò a guardare la BBC.
P.S. A proposito, non conoscevo il tuo blog. Ci tornerò spesso.

Posted by: torchio at 04.02.04 23:06

Giornalismo libero?
In Italia?
Perché era nato?
mah;(

Posted by: bea at 04.02.04 04:09

Per il fatto che non parlino mai di quella cosa lì, io a volte non proprio morti…. ma non mi ispirano certo simpatia.

Posted by: AIDS LESS at 03.02.04 23:37

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