La rivolta dei critici

Marzo 2nd, 2006 Pietro B. Posted in polemiche No Comments »

Si pubblicano qui di seguito vari articoli tratti da la Repubblica di oggi sulle polemiche suscitate dall’intervento di Alessandro Baricco di ieri.
LOREDANA LIPPERINI
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Accade che, per una volta, non siano i fan di Baricco a difendere il medesimo, bensì coloro che nutrono persino riserve sullo scrittore, ma ne condividono le argomentazioni espresse nell´intervento di ieri su queste pagine. Nei blog, letterari o meno, capita dunque di leggere: «questo articolo mi ha fatto rivalutare tantissimo, ma veramente tanto, Alessandro Baricco» (Discanto), o «beh, lo ammetto. Di Baricco apprezzo più la verve, la vis polemica, di quel che scrive. Però, finalmente, un po´ di sano scambio di idee» (Michele), oppure «(l´articolo) dimostra ancora una volta quanto Baricco sia magari un discutibile scrittore di letteratura ma invece un ottimo corsivista» (Massimo Mantellini).
Il fatto è che Baricco tocca uno degli argomenti caldissimi nei lit-blog: cosa è - dovrebbe essere - la critica letteraria: «la critica - sostiene nei commenti a Lipperatura la scrittrice Gemma Gaetani - non fosse altro che per onorare la sua etimologia, origine e legittimazione non soltanto linguistica ma pragmatica, dovrebbe separare il buono dal cattivo che ravvisa in un´opera (certo, occupandosene davvero); e un buon critico dovrebbe saperlo fare nello spazio breve di una frase come in quello mastodontico di una monografia». Aggiunge FM: «Non mi interessa se Baricco sia bravo o no, se sia meritevole del suo successo. Non importa. La questione che solleva, “si critichi avendo letto”, non solo avendo appena annusato, è importante». Sul suo blog, Wittgenstein, Luca Sofri definisce «formidabile» l´intervento. Con questa motivazione: «ammiro molto l´applicazione di alcuni nel mostrarsi migliori di quello che sono, o addirittura nel cercare di esserlo. Di non fare le cose a cui li spingerebbe “l´istinto”, ma di scegliere quelle che ritengono più “giuste”, e di esporle nella forma più equilibrata e intelligente, nascondendo il più possibile le proprie presunzioni, certezze e vanità».
Ovviamente, come è giusto, non mancano le voci critiche: che in molti casi, però, fanno leva su un argomento che lo scrittore aveva messo in conto. Ovvero, l´antica maledizione (ahi, molto nostrana) del Mercato, rigorosamente con la maiuscola, che fatalmente mai premierebbe i meritevoli o i portatori di valori.
Scrive Silvia: «Ah, ma Baricco ha ragione, ed è nuovo e cosciente del nuovo in un senso solo, ma molto importante. Lui sa qual è l´unica autorità, l´unico riconoscimento effettivo valido attualmente nel mondo. Non è forse il Mercato l´unico dio e non sono forse io suo figlio prediletto?». Ma questa, purtroppo, è ancora un´altra storia.

SIMONETTA FIORI
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Baricco invoca una stroncatura? Può sembrare un paradosso, ma non lo è. È accaduto ieri su queste pagine: lo scrittore lamentava di non essere mai stato recensito da critici autorevoli quali Pietro Citati e Giulio Ferroni (che però smentisce), ma di aver ricevuto solo punture di spillo, frecciatine velenose disseminate in articoli dedicati a tutt´altro. Meglio, conclude Baricco, beneficiare di una stroncatura a tutto tondo, piuttosto che inciampare in sgambetti tesi a tradimento. Siamo insomma al rimpianto d´un genere perduto, lo spargimento di sangue letterario, tenzone che vanta una nobile tradizione e che oggi inclina all´agonia. Come comatosa appare a molti la critica letteraria, spazzata via da una potente industria culturale che al giudizio critico preferisce il rapido consumo, facendo leva sugli interessi delle diverse consorterie editorial-giornalistiche.
«Effettivamente a stroncare siamo rimasti in pochi», dice Alfonso Berardinelli, fustigatore di firme illustri come Umberto Eco e Roberto Calasso, Massimo Cacciari e dello stesso Pietro Citati. «Questa richiesta di Baricco rafforza una mia convinzione: l´esistenza della critica si misura sulla qualità dei giudizi negativi, ossia di analisi ragionate in cui il critico dà il meglio di sé». In altre parole: la critica rivela di fare sul serio solo quando stronca motivatamente. «È più difficile credere alle lodi piuttosto che alla stroncatura. Anche perché chi la esercita affronta dei rischi. E chi evita di entrare in conflitto con la società letteraria smette di essere credibile».
Una stroncatura fallita, scrisse una volta Baudelaire, è un accidente deplorevole: una freccia che si rivolta o per lo meno vi scortica la mano, una palla la cui deviazione può ammazzarvi. Da Boine a Papini, da Arbasino a Giuliani e a Bellocchio, in molti hanno affrontato queste avversità, praticando un genere che oggi rischia l´estinzione. «Ma non è vero che nella stroncatura un critico dia il meglio di sé», interviene Emanuele Trevi, scrittore cresciuto negli ambienti di Nuovi argomenti. «Il mio compito è informare. E informo meglio se mi occupo di un libro che mi piace, abbandonandomi a collegamenti e analogie. Il rifiuto è monocorde, il consenso può essere più articolato».
«Oggi si stronca di meno per diverse ragioni», spiega Alberto Asor Rosa, negli anni giovanili non estraneo all´arte della bocciatura letteraria. «Intanto è venuto meno il conflitto tra tendenze critiche che portava ad aggredire lo scrittore attivo nel campo avverso. Ora ogni autore va per conto suo, così come i critici vanno per conto loro: c´è minore tensione polemica tra le parti». Un tempo esisteva una tipologia di critico letterario «che viveva solo di questo: figure come Cecchi, Pancrazi, Pampaloni. Oggi chi scrive sono professori o giornalisti, con un filtro meno ravvicinato». La terza ragione investe l´influente industria editoriale, «che considera la stroncatura come un pugno nell´occhio». In ultimo, «un motivo elementare, che però riguarda molte persone: ricevo in media quaranta/cinquanta libri al mese con la richiesta di recensione. Un critico riesce a fare otto/dieci recensioni all´anno: la selezione deve essere necessariamente feroce. Ed è legittimo che ognuno scelga i libri di cui dir bene o male. Il successo di mercato, in sé, non è garanzia di qualità». Ma è corretto liquidare un romanzo con una semplice battuta? «No: le punture di spillo sono inutili manifestazioni di disprezzo. Anche il giudizio negativo necessita un´argomentazione. Ma è sbagliato rivendicare attenzione in nome delle copie vendute. Non tutto ciò che ha successo interpreta il carattere del nostro tempo. Ci sono autori meno fortunati di Baricco che lo interpretano in modo più convincente».
Per Nico Orengo, responsabile di Tuttolibri sulla Stampa, «Baricco ha tutte le ragioni: è riuscito a provocare cavallerescamente due signori della critica, invitandoli a dirci se i suoi libri meritino di essere letti o al contrario di essere ignorati e per quali ragioni non valgano». È meglio essere stroncati o pizzicati? «La stroncatura, se onesta, può essere utile. L´allusione è solo fastidiosa».
È sospettabile di snobismo una critica che volutamente ignora i libri più venduti? Berardinelli: «Mi appare un rilievo infondato. Un critico stronca quei libri che gli permettono di andare al cuore dei problemi culturali e letterari del presente. Non basta essere un bestseller per suscitare questo impegno critico. Ci sono libri che non aiutano il lettore a leggere altri libri ma solo altri bestseller, imprigionandolo nella serialità».
Edoardo Sanguineti, mitico stroncatore delle Liale letterarie, stigmatizza quello attuale come “uno spettacolo di narcisismo piuttosto deplorevole”. «Non amo in particolar modo Citati, ma perché mai deve essere obbligato a recensire Baricco? La pretesa mossa dallo scrittore in nome delle alte tirature e delle traduzioni in tutto il mondo mi pare rifletta quella sfrenatezza egocentrica che secondo antropologi e psicanalisti è il male del nostro tempo. Il titolo di questo capitolo è: Le ambizioni sbagliate. Una critica seria può serenamente disinteressarsi d´un libro molto venduto e liquidarlo con una semplice battuta». Non fu lei, Sanguineti, a bollare Bassani e Cassola con il celebre epiteto di “Liale della letteratura”? «Sì, una battuta più che crudele, ma non c´era niente di personale. La nostra era un´aspra critica a quello che allora si definiva l´establishment: i grandi editori, con le loro consorterie e i premi letterari. Non lottavamo per difendere piccoli orticelli: oggi la guerra è di tutti contro tutti, per la conquista di poteri effimeri».
C´è anche chi, per anagrafe e vissuto, non rimpiange i bei tempi andati. «Alle battaglie culturali d´un tempo preferisco quel che accade in rete oggi», dice Marino Sinibaldi, storico timoniere del programma Fahrenheit. «Può capitare che i blog promuovano libri totalmente ignorati dalle pagine culturali, e questo non è un male, tutt´altro. Quello dell´allusione sbrigativa è un difetto che contagia non solo la critica letteraria, ma tutta la cultura contemporanea. All´approfondimento spesso si preferisce la battuta icastica. Così anche la stroncatura è rifluita nella toccatina di gomito allusiva».
Siamo all´”eutanasia della critica”? Così titola un suo recente pamphlet uno studioso autorevole come Mario Lavagetto: «L´appello di Baricco non è un buon segno per lo stato di salute della disciplina. Ha ragione quando dice che uno dei compiti della critica dovrebbe essere quello di spiegare perché i suoi libri sono o non sono da leggere. Ma mi domando fino a che punto la critica militante raggiunga i lettori di Baricco».

NELLO AJELLO
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La Stroncatura, pratica antica. Come tutti i generi letterari, essa ha avuto un suo esordio in epoca classica, ha attraversato qualche stagione d´oro, ha conosciuto fasi di stanchezza. Ma guai a immaginarla estinta o supporla moribonda: lei, la Stroncatura, fa infatti registrare, di tanto in tanto, inattesi revival.
In assenza di un biografo ufficiale di questa tradizione - diventata quasi un personaggio letterario - proviamo a isolare almeno qualche momento di vita, individuando le due figure che le stanno accanto: lo Stroncatore e lo Stroncato. Ecco venirci incontro, da lontano, una coppia. Aulica, proverbiale, statuaria.
E´ formata da Orazio e Omero. A un certo punto il poeta latino scagliò contro il titolatissimo collega greco un giudizio molto tagliente in forma capziosa: Quandoque bonus dormitat Homerus, a volte anche il buon Omero dormicchia. Si riferiva, immagino, a qualche pesantezza di palpebra - corrispettiva agli sbadigli dell´autore - che i lettori possono eventualmente avvertire mentre rovistano fra le armature di Achille o seguono, onda dopo onda, le peripezie di Ulisse. Non aveva peccato per evasività nemmeno Aristofane recensendo in un lampo il suo quasi coetaneo Euripide: lo descrisse come «un antologista di luoghi comuni». Assai più tardi, Voltaire avrebbe definito Amleto «un dramma volgare e barbaro» che «sembra scritto da un selvaggio ubriaco».
Se voltiamo una lunga pagina, ci viene incontro Gabriele D´Annunzio che se la piglia con Manzoni, liquidandone il romanzo come «un mediocre trattato di psicologia senile». Emile Zola aveva intanto pronosticato un infelice avvenire alle Fleurs du mal di Baudelaire: «Fra un centinaio di anni», scrisse, «quest´opera verrà menzionata dalla letteratura francese soltanto come una stranezza». Tolstoj giudicò i romanzi di Dostoevskij «un tremendo pasticcio, un miscuglio di sciovinismo e religione isterica». Non si sa se un simile verdetto autorizzò ripicche o suscitò polemiche. Ma possibili reazioni di questo tipo dové certamente aspettarsi Benedetto Croce quando osservò, a proposito delle opere di Giovanni Pascoli: «Gridate contro di me quanto vi piace: questa, non è poesia». Non è escluso che la Stroncatura sia a volte divertente. E´ con vero diletto che lo stesso Croce citava un motto perfidissimo che lo scrittore Alfredo Oriani (1852-1909) aveva lanciato contro Max Nordau, popolare sociologo positivista: «Egli», scrisse, «è un imbecille eroico: messo al bivio supremo, o capire o morire, non esiterebbe ad affrontare il martirio».
Il sorriso di compiacimento che traspare dalla citazione crociana trova una spiegazione immediata: Croce ce l´aveva con i sociologi di ogni ordine e grado. Ma chi, a sua volta ce l´aveva con Croce? La risposta viene di getto: Giovanni Papini. Proprio Stroncature s´intitolava una sua opera fra le più clamorose: un vero exploit di maldicenze stampate, nelle quali spesso si trasmigrava nell´antipatia personale. Non per nulla Gramsci definiva lo scrittore toscano «il boxeur di professione della parola qualsiasi». Con Croce, Papini non lavorò di cesello.
«Questo padreterno milionario», proruppe nel 1913 contro di lui, «senatore per censo, grand´uomo per volontà propria e per grazia della generale pecoraggine ed asinaggine. Questo insigne maestro di color che non sanno». Una foga polemica quasi da apoplessia.
C´è perciò da immaginare che Papini dové godere alquanto nel leggere un violento contrattacco sferrato contro Croce da Gabriele D´Annunzio: «Un de´ miei odiatori - Ben. Cr. - ha tanto ingegno quanto un bue nel ruminare». Si sa comunque che a pochi suoi colleghi D´Annunzio impartiva l´assoluzione. Un esempio? Nonostante la sua indubbia mole, la Recherche di Marcerl Proust non gli appariva «che un pezzetto di carta».
A proposito di James Joyce, Virginia Woolf scrisse: «Ho finito Ulysses e secondo me è un fiasco. E´ esagerato. E´ pretenzioso. E´ rozzo». Per Gertrude Stein, Ezra Pound «è un descrittore di villaggi. Eccellente se tu sei un villaggio. Se non lo sei, allora no». Con Curzio Malaparte, Carlo Muscetta la prese un po´ più da lontano: «Una volta i poeti raffinati si paragonavano all´ape. Lui, che vuol posare a scrittore plebeo, si paragona al verme. Gusti suoi, vorresti dargli torto?».
In millenni di letteratura, di quante api scriventi si sono innamorati i critici?

CARLA BENEDETTI
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L´intervento di Baricco mi ha molto colpito e ho subito parteggiato per lui. E´ ovvio che chi scrive un libro, chi dedica lavoro e ostinazione a un´idea, merita un confronto serio e non due battutine lasciate cadere parlando d´altro, senza entrare nel merito. E´ ovvio che il critico dovrebbe attraversare in profondità il suo oggetto (e questo è il requisito minimo, ancora meglio sarebbe se il critico, oltre a leggere e argomentare con cura, avesse anche delle idee, ma spesso le due mancanze vanno assieme).
A liquidare un libro con un sorrisetto derisorio, o persino con un attacco alla persona, fatto magari per regolare i conti, senza che al lettore arrivi una briciola dei contenuti o delle idee in gioco, sono buoni tutti. Tra l´altro questa è una modalità di “critica” che ai letterati italiani piace molto, soprattutto per far fuori autori o idee scomode. Persino Tommaseo trovò il modo di piazzare colpetti analoghi a Leopardi dentro al suo Dizionario (andate a vedere per esempio la voce “procombere”), e questo la dice lunga sulla piccineria dei protagonisti, passati e presenti, della cultura nel nostro paese.
Ma la cosa che più mi ha colpito dell´intervento di Baricco è un´altra. E cioè che una simile protesta contro la superficialità grottesca di certo giornalismo culturale venga da uno scrittore di bestseller a cui certo non manca la visibilità, e che tra l´altro può disporre per ribattere di un ampio spazio su un importante quotidiano nazionale. E´ insomma clamoroso che a lamentarsi questa volta non sia lo scrittore ignoto, ma il più noto. Questo significa che c´è in gioco molto di più di una semplice scorrettezza da parte di questo o quel critico.
In gioco c´è la necrosi avanzata delle pagine culturali italiane e della loro implicita idea di letteratura. La maggioranza delle pagine culturali italiane è schizofrenica. Da un lato esaltano ciò che vende ricordo un articolo di poco tempo fa che metteva l´uno accanto all´altro i volti di Baricco e di Buttafuoco, con sotto i rispettivi numeri di copie vendute. Messaggio implicito: “ciò che vende vale”. E un articolo su Magazine del Corriere, dedicato alla Mastrocola, intitolato “Come ti vendo 80.000 copie”. Dall´altro ospitano articoli che snobbano ciò che vende in nome di un´idea mortuaria di letteratura. Da una parte offrono una letteratura surgelata, sfibrata, incrostata nel vecchiume. Dall´altra le marchette con gli editori e le grandi macchine pubblicitarie.
Le pagine culturali del maggior quotidiano italiano sono impegnate da anni in operazioni di revisionismo storico. Parlano solo di anni ´30 e ´40. Ma quando parlano dell´oggi è per lanciare libri di plastica destinati alle grandi tirature, con operazioni pubblicitarie concertate. Nient´altro. Lo scollamento tra le pagine culturali italiane e la cultura viva del paese è oggi pauroso. Tutto ciò che di nuovo e di forte si produce resta fuori.

GIULIO FERRONI
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Caro Baricco, sono davvero pentito, ma non per la battuta contro Questa storia inserita nell´articolo su l´Unità del 26 febbraio, sì invece per aver scritto più volte su di lei, senza che lei abbia avuto la condiscendenza di leggermi. Ne ho scritto nel supplemento al Novecento della Storia della letteratura italiana Garzanti, ne ho scritto nell´ultimo volume, appena uscito, della Storia e antologia della letteratura italiana (Mondadori Università e Einaudi Scuola), e ho addirittura recensito (nel numero di dicembre della nuova rivista Giudizio Universale) il romanzo automobilistico Questa storia, che lei mi rimprovera letteralmente di non aver recensito.
Qui la differenza è grande: io la leggo, ahimè, senza ricavarne molto, e lei non legge me e ne ottiene un successo planetario. Se le sue emozioni e seduzioni invadono ogni angolo della terra, diffondendo quel virus apocalittico, quell´avvento dell´impensato con cui Citati e Ferroni dovrebbero confrontarsi, ciò vale certamente come un trionfo del made in Italy e dell´azienda Italia: ma non mi pare un trionfo della letteratura.
Certo la letteratura è passione, emergenza dell´imprevisto, conoscenza in profondità di ciò che non si vede: la sua mi sembra invece una letteratura patinata, proiettata sull´orizzonte di una trasgressione pubblicitaria, tra moda e sport… Il “campo aperto del futuro”, che lei oppone a chi indugia a frequentare le “mappe di un vecchio mondo”, non viene in realtà nemmeno sfiorato dalla “seduzione” mediatica che promana da quella sua scrittura così disinvolta, accattivante, appunto “sportiva”.
Siamo proprio lontani da quell´abietto ma sconvolgente Truman Capote a cui è dedicato il film che lei è andato a vedere invece di Lazio-Roma: io ho visto sia il film che la partita e ne sono uscito doppiamente depresso (anche in quanto laziale). Ma le garantisco che ulteriore motivo di depressione è stato per me sapere che in occasione dell´inaugurazione dell´anno accademico della mia università si è esibito il degnissimo cantante Claudio Baglioni, ma non per cantare, sì invece per leggere brani di Aristotele e del suo Novecento: lo vede che le parole dei critici non contano nulla, nemmeno nelle università dove essi insegnano, e i rettori affidano le scelte culturali a ben diversi soggetti? E allora che se ne può fare di recensioni che del resto nemmeno ha il tempo di leggere? Contrito, le prometto che non recensirò i suoi futuri romanzi, e semmai mi limiterò a qualche frecciatina da “primo che passa”.
Un saluto cordiale.

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Future Power

Agosto 7th, 2005 Pietro B. Posted in polemiche No Comments »

C’è un mensile National Geographic Italia che merita molte lodi tra le quali quella di aver permesso a tanti italiani che non conoscono la lingua inglese, o che la conoscono male come me, di poter usufruire di una rivista i cui contenuti sono belli da vedere ed interessanti da leggere.

Gli articoli tratti direttamente dal magazine americano National Geographic sono quindi tradotti a cura della consociata rivista italiana.

Visto che mi sto dilettando a leggere roba in inglese ho trovato sul sito americano del National Geographic la versione originale di un articolo pubblicato sul National Geographic Italia di Agosto (ancora in edicola) dedicata alle fonti energetiche alternative.

Non poca è stata la mia meraviglia leggendo il testo inglese, fin dal titolo: “In cerca di energia” in italiano, “Future Power” titolo originale inglese. Continuando con il sottotitolo: “Esiste un’alternativa al petrolio e agli altri combustibili fossili?”, e l’originale “Where will the world get its next energy fix?“. Insomma titolo e soprattutto sottotitolo tradotti poco hanno a che fare con l’originale inglese se non in senso lato.

Andiamo all’inizio originale di questo articolo a firma di Michael Parfit.

I stand in a cluttered room surrounded by the debris of electrical entusiasm: wire peeling, snippets of copper, yellow connectors, insulated pliers. For me these are the tool of freedom. I have just installated a dozen solar panels on my roof, and they work.

La traduzione del National Geographic Italia:

La stanza è nel caos più totale. Sono circondato da pezzetti di rivestimento in plastica di cavi elettrici, frammenti di rame, connettori gialli, pinze di varie dimensioni. Ma per me, sono simboli di libertà. Ho appena installato sul tetto una decina di pannelli solari, e funzionano!

Si noti che l’espressione “by the debris of electrical enthusiasm” non è stata tradotta per niente! Eppure significa letteralmente “da avanzi di entusiasmo elettrico” che dà un senso all’elenco di questi avanzi che segue subio dopo “wire peeling, snippets of copper…“. Posso capire che in Italiano la frase possa suonare alquanto strana ma non tradurla del tutto mi sembra un tradimento bello e buono del testo originario (magari così: “da avanzi di un appassionato lavoro su di un impianto elettrico”)!

Il traduttore del testo (non indicato) poi scrive che nell’elenco degli oggetti in giro per la stanza ci sono “pinze di varie dimensioni” traduzione di “insulated pliers” ossia “pinze isolanti” scambiando forse il fatto che in inglese come in italiano “pinze-pliers” esiste solo nella forma al plurale. Quindi pensando che ve ne erano tante ha pensato anche che fossero di varie dimensioni. Insomma c’ha messo del suo…

Poi la frase “For me these are the tools of freedom” chiarissima nel suo significato ma resa in traduzione con “Ma per me sono simboli di libertà”. Cavolo, se il buon Michael Parfit voleva usare il termine “simbolo” avrebbe usato la parola appropriata “symbol” ha invece usato il termine “tools” perché si riferisce a degli strumenti a delle attrezzature per fare qualcosa. Una traduzione più fedele suonerebbe così “Ma per me sono strumenti di libertà”.

Non voglio infieriere oltre ma “a dozen solar panels” non sono “una decina di pannelli solari” ma una dozzina, ecchecaspita!!!

Cari miei, qualcuno ha ancora voglia di leggere cose tradotte?

p.s. Ok, non volendo sputare sul lavoro di nessuno diciamo pure che il traduttore ha avuto pochissimo tempo per finire il lunghissimo articolo ed è anche stato pagato male…

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Dissentire è doveroso

Marzo 12th, 2005 Pietro B. Posted in polemiche No Comments »

La vicenda del rapimento della Sgrena con il corollario dell’uccisione da parte degli amici americani di Nicola Calipari è stata gettata nell’arena dei politicanti. E le vittime si sono trasformate in accusate. Ed ogni dubbio e perplessità su questa vicenda è visto come qualcosa di cui vergognarsi.

Leggo dal blog di Tony:

E mi vergogno di essere un connazionale di quella scrofa di Giuliana Sgrena. Quella che, dopo essersi risparmiata una meritatissima mozzata di testa grazie solo ed esclusivamente ai nostri soldi ed al sacrificio di un uomo sicuramente molto migliore di lei, si presenta con la sua gran faccia da culo a dirci che tutto sommato con i suoi amici tagliagole non si stava mica male…

Ed ancora:

Ed è proprio vero, che le armi degli Americani “intelligenti” non lo sono per niente. Perché se quel proiettile avesse avuto anche un briciolo di cervello, avrebbe deviato per andare ad infilarsi nella testa di cazzo di quella vacca, invece di ammazzare quel poveraccio che ha dato la sua vita per chi sicuramente non meritava neanche di prendersi uno sputo in faccia.

Io non riesco nemmeno a commentarle adeguatamente queste parole tanto mi sembrano sacrileghe verso chi è stata vittima di un rapimento e chi ha dato la propria vita per liberarla. Dico però che sono il frutto avvelenato di una guerra sbagliata. E tutte le guerre seminano odio e distruzione. Appunto. Riportiamo i nostri soldati a casa. Che è meglio.

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Sacripante!

Febbraio 18th, 2005 Pietro B. Posted in polemiche No Comments »

di Pietro B.

Segnalo l’interessante iniziativa di Sacripante! un sito che pubblica scritti provenienti dagli autori del blog più in voga. L’idea è buona e il primo numero on-line è godibilissimo.

Devo capire però una cosa. Nella pagina che si raggiunge con il link Disclaimer troviamo scritto:

© Copyright 2005 www.sacripante.it – Tutti i diritti riservati.
Questa opera è pubblicata sotto una Licenza Creative Commons.
La riproduzione dei materiali contenuti all’interno del sito, con qualsiasi mezzo analogico o digitale, non è consentita senza il consenso scritto della redazione di sacripante! redazione[at]sacripante.itE’ consentita la copia e/o la stampa per uso esclusivamente personale e non commerciale.

Sono consentite citazioni a titolo di cronaca, studio, critica o recensione, purché accompagnate dall’indicazione della fonte sacripante!, compreso l’indirizzo web www.sacripante.it e dal nome dell’autore se trattasi di testi.

I diritti relativi ai testi firmati sono dei rispettivi autori.

Se leggiamo nella pagina della Licenza Creative Commons si legge:

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Le tue utilizzazioni libere e gli altri diritti non sono in nessun modo limitati da quanto sopra.

Sono io che ho un abbaglio e che non ho capito bene i termini della questione o qualcuno ha infilato il copyright dentro la Licenza Creative Commons?

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Vecchi Commenti

E’ chiaro che hanno completamente toppato. Un maligno potrebbe pensare che usano le creative commons solo per farsi pubblicità. Io credo (spero?) che si tratti solo di una svista nella scelta della licenza e nell’interpretazione della stessa.

Alessio • 18/02/05 10:07pm

Infatti si è trattato di un errore.
Grazie per la segnalazione.

Sacripante [redazione@sacripante.it] • 21/02/05 06:45pm

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Scripta manent…

Marzo 26th, 2004 Pietro B. Posted in polemiche No Comments »

Dai commenti di ItaliaBlogOltre raccolgo un urlo contro il mondo dell’editoria

Scripta manent…
…ma come manent se nessuno ce li pubblica, gli scripta?
Che vergogna…

Quando ho letto che bisogna PURE PAGARE, mi sono tirato un attimino un attimino indietro.

Bah, credo che il mio primo stipendio lo butterò via per pubblicare i miei manoscritti.

A meno che non vado a casa di Stephen King e:

1- lo minaccio con la sua macchina da scrivere, alla “Misery”;
2- gli lavo l’auto;
3- gli porto il babbà fatto in casa.

Ma che ce frega? Scriviamo, scriviamo.
Fai leggere una tua poesia ad una donna: per lei sarai un poeta.

Che devo fare se nel cassetto ho decine e decine di storie che “superano il numero di caratteri ammessi dall’editore” perché adoro scrivere, o “risultano politicamente scorretti” perché nel duemilaquattro vige ancora la tirannìa(non solo editoriale…)?

“Le faremo sapere”… COSA MI FARETE SAPERE, EH?

Che siete troppo occupati per dar conto ad un povero idiota che per sbaglio è nato in un’epoca dove i soldi mantengono in vita il cuore in cancrena del mondo?

Che la filosofia è morta insieme al millennio passato?
Che si è famosi solo quando si è proiettati nel tubo catodico, diventando i buffoni di corte delle bestie ignoranti che seguono da casa?

No, io non ci sto. Farò buon viso a cattivo gioco.
Vorrei diventare scrittore per dare voce ai miei pensieri, e materia alla mia voce.

E mi batterò, quando ormai varcherò la soglia degli “anta”, affinché possa trovare giovani che nel 2064 credono ancora che la penna ferisce più della spada. Che la penna ci rende dei, creatori. Che la penna rappresenta le ali che tutti noi abbiamo. O per meglio dire che abbiamo nascosto. Perché in quest’epoca c’è poco spazio per i sognatori.

…ma nonostante ciò…io sogno…

Antonio L.

“Evil/Junior”, il Collezionista di Attimi (LSDPE)

PS: scusate per lo sfogo, ma… QUANDO CE VO’, CE VO’!

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Il silenzio. O la poesia

Marzo 19th, 2004 Pietro B. Posted in polemiche No Comments »

Logo 19.03.04

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di Luisa Carrada

[da Il blog del Mestiere di scrivere]

Condivido ogni parola del piccolo trafiletto di Mauro Covacich sul Corriere della Sera di oggi, “In silenzio, sperando che le parole tornino a significare qualcosa”, a proposito del significato dei tre minuti di silenzio di mezzogiorno di ieri.

Ogni parola ha un cuore di silenzio. La cassiera abbassa lo sguardo, appoggia la mano sulla testa del registratore, ferma la merce sul nastro, l’odiata merce, gli odiati beni di consumo. Il suo gesto si propaga nel supermercato. A suon di riprodursi, a suon di rincorrersi e di rimbalzarsi, le parole rischiano di non dire più niente. Hanno messo così tanto grasso intorno al cuore che sembrano prive di vita. Dichiarazioni, rivendicazioni, informazioni, slogan, controslogan. Parole spossate dalla grande abbuffata del Discorso Globale, umiliate da nuovi mezzi di comunicazione: tredici zainetti di materiale al plastico. La cassiera non sta semplicemente zitta, la cassiera sta in silenzio. E anche noi, qui in coda. Stare in silenzio è un’altra cosa. Il silenzio non è occidentale, né orientale. Il silenzio non ha accento, non ha inflessioni, ma è la condizione per tutti gli accenti e tutte le inflessioni possibili. In questo nostro silenzio non ci sono solo duecento vite diventate povera carne umana, c’è anche la possibilità di un ascolto originario, una specie di azzeramento totale, nella speranza che le parole tornino a significare qualcosa.
Forse questi tre minuti esprimono una forma ancora più profonda di ciò che chiamiamo raccoglimento. Se siamo raccolti in migliaia di posti di migliaia di città, forse non è solo per commemorare le vittime di Madrid, ma anche per ritrovarci tutti insieme in un orecchio puro, sottratto al chiacchiericcio e alla follia. E’ come se istintivamente avessimo capito che non sarà parlando tanto, e parlando e parlando ancora, che capiremo cosa ci sta succedendo. Il silenzio pulsa vivo nel supermercato. Sarebbe bello che da qui nuove parole sbocciassero - parole come fiori, diceva Heidegger -, che un nuovo alfabeto provasse ad articolare in un senso e in una cura la logorrea schizofrenica del mondo
.”

Sì, meglio il silenzio. Oppure un pugno di versi, come quelli di Antonio Machado che mi ha inviato domenica l’amica Sabrina:

Madrid, Madrid; qué bien tu nombre suena,
rompeolas de todas las Españas!
La tierra se desgarra, el cielo truena,
tú sonríes con plomo en las entrañas
.

Antonio Machado, 7 de Noviembre de 1936.

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Cari critici ho diritto a una vera stroncatura

Marzo 1st, 2003 Pietro B. Posted in polemiche No Comments »

di ALESSANDRO BARICCO

da la Repubblica del 1/3/2006

QUESTO è un articolo che non dovrei scrivere. Lo so. Me lo dico da me. E lo scrivo. Dunque. La scorsa settimana, su queste pagine, esce un articolo di Pietro Citati. Racconta quanto lo ha deliziato mettersi davanti al televisore e vedere i pattinatori-ballerini delle Olimpiadi. Lo deliziava a tal punto – scrive – che «dimenticavo tutto: le noie, le mediocrità, gli errori della mia vita; dimenticavo perfino l´Iliade di Baricco, e la vasta e incomprensibile ottusità dei volti di Roberto Calderoli e di Alfonso Pecoraro Scanio». Io ero lì, innocente, che mi leggevo con piacere l´esercizio di stile sull´argomento del giorno e, trac, mi arriva la coltellata. Va be´, dico. E, giusto per mite rivalsa, lascio l´articolo e vado a leggermi l´Audisio.

Qualche giorno dopo, però, vedo sull´Unità un lungo articolo di Giulio Ferroni sull´ultimo libro di Vassalli. Bene, mi dico. Perché mi interessa sapere cosa fa Vassalli. Malauguratamente, alcuni dei racconti che ha scritto sono sul rapporto tra gli uomini e l´automobile. Mentre leggevo la recensione sentivo che finivamo pericolosamente in area Questa storia (il mio ultimo romanzo, che parla anche di automobili).

Con lo stato d´animo dell´agnello a Pasqua vado avanti temendo il peggio. E infatti, puntuale, quel che mi aspettavo arriva. Al termine di una lunghissima frase in cui si tessono (credo giustamente) elogi a Vassalli, arriva una bella parentesi. Neanche una frase, giusto una parentesi. Dice così: «Che distanza abissale dalla stucchevole e ammiccante epica automobilistica dell´ultimo Baricco!». E voilà. Con tanto di punto esclamativo.

Ora, nessuno è tenuto a saperlo, ma Citati e Ferroni sono, per il loro curriculum e per altre ragioni per me più imperscrutabili, due dei più alti e autorevoli critici letterari del nostro paese. Sono due mandarini della nostra cultura. Per la cronaca, Citati non ha mai recensito la mia Iliade, e Ferroni non ha mai recensito Questa storia. Il loro alto contributo critico sui miei due ultimi libri è racchiuso nelle due frasette che avete appena letto, seminate a infarcire articoli che non hanno niente a che vedere con me.

Non si può relegare a due frasi sferzanti il giudizio negativo sul lavoro di uno narratore. Se trovate così stucchevole quel che migliaia di italiani leggono dovreste spiegargli anche perché si stanno sbagliando
Mi sorprende il vostro sistematico sottrarvi a un confronto aperto. La critica è il vostro mestiere. Esercitatelo

È un modo di fare che conosco bene, e che è piuttosto diffuso, tra i mandarini. Si aggirano nel salotto letterario, incantando il loro uditorio con la raffinatezza delle loro chiacchiere, e poi, con un´aria un po´ infastidita, lasciano cadere lì che lo champagne che stanno bevendo sa di piedi. Risatine complici dell´uditorio, deliziato. Io sarei lo champagne.

Potrei dire che non me ne frega niente. Ma non è vero. Mi ferisce poco la gomitata assestata a tradimento, ma mi offende molto il fatto che sia tutto ciò di cui sono capaci. Mi sorprende il loro sistematico sottrarsi al confronto aperto. La critica è il loro mestiere, santo iddio, che la facciano. Cosa sono queste battutine trasversali messe lì per raccogliere l´applauso ottuso dei fedelissimi? Vi fa schifo che uno adatti l´Iliade per una lettura pubblica e lo faccia in quel modo? Forse è il caso di dirlo in maniera un po´ più argomentata e profonda, chissà che ci scappi una riflessione utile sul nostro rapporto con il passato, chissà che non vi balugini l´idea che una nuova civiltà sta arrivando, in cui l´uso del passato non avrà niente a che fare con il vostro collezionismo raffinato e inutile.

E se trovate così stucchevole un libro che centinaia di migliaia di italiani si affrettano a leggere, e decine di paesi nel mondo si prendono la briga di tradurre, forse è il caso di darsi da fare per spiegare a tutta questa massa di fessi che si stanno sbagliando, e che la letteratura è un´altra cosa, e che a forza di dare ascolto a gente come me si finirà tutti in un mondo di illetterati dominati dal cinema e dalla televisione, un mondo in cui intelligenze come quelle di Citati e Ferroni faranno fatica a trovare uno stipendio per campare.

Si dirà che è un diritto dei critici scegliersi i libri di cui scrivere. E che anche il silenzio è un giudizio. E´ vero. Ma non è completamente vero. Lo so che per persone intelligenti e colte come Citati e Ferroni i miei libri stanno alla letteratura come il fast-food alla cucina francese, o come la pornografia all´erotismo. Per usare una frase di Vonnegut che mi fa sempre tanto ridere, mi sa che per loro i miei libri, nel loro piccolo, stanno facendo alla letteratura quello che l´Unione Sovietica ha fatto alla democrazia (non si riferiva a me, Vonnegut, che purtroppo non sa nemmeno che esisto).

Ma quale arroganza intellettuale può indurre a pensare che non sia utile capire una degenerazione del genere, e magari spiegarla a chi non ha gli strumenti per comprenderla? Come si fa a non intuire che magari i miei libri sono poca cosa, ma lì i lettori ci trovano qualcosa che allude a un´idea differente di libro, di narrazione scritta, di emozione della lettura?

Perché non provate a pensare che esattamente quello - una nuova, sgradevole, discutibile idea di piacere letterario - è il virus che è già in circolo nel sistema sanguigno dei lettori, e che magari molta gente avrebbe bisogno da voi che gli spiegaste cos´è questo impensabile che sta arrivando, e questa apparente apocalisse che li sta seducendo? Non sarà per caso che la riflessione nel campo aperto del futuro vi impaurisce, e che preferite raccogliere consensi declinando da maestri mappe di un vecchio mondo che ormai conosciamo a memoria, rifiutandovi di prendere atto che altri mondi sono stati scoperti, e la gente già ci sta vivendo?

Se quei mondi vi fanno ribrezzo, e la migrazione massiccia verso di loro vi scandalizza, non sarebbe esattamente vostro degnissimo compito il dirlo? Ma dirlo con l´intelligenza e la sapienza che la gente vi riconosce, non con quelle battutine, please.

Per quello che ne capisco, i miei libri saranno presto dimenticati, e andrà già bene se rimarrà qualche memoria di loro per i film che ci avranno girato su. Così va il mondo. E comunque, lo so, i grandi scrittori, oggi, sono altri. Ma ho abbastanza libri e lettori alle spalle per poter pretendere dalla critica la semplice osservanza di comportamenti civili. Lo dico nel modo più semplice e mite possibile: o avete il coraggio e la capacità di occuparvi seriamente dei miei libri o lasciateli perdere e tacete. Le battute da applauso non fanno fare una bella figura a me, ma neanche a voi.

Ecco fatto. Quel che avevo da dire l´ho detto. Adesso vi dico cosa avrei dovuto fare, secondo il galateo perverso del mio mondo, invece che scrivere questo articolo. Avrei dovuto stare zitto (magari distraendomi un po´ ripassando il mio estratto conto, come sempre mi suggerisce, in occasioni come queste, qualche giovane scrittore meno fortunato di me), e lasciar passare un po´ di tempo. Poi un giorno, magari facendo un reportage su, che ne so, il Kansas, staccare lì una frasetta tipo «questi rettilinei nella pianura, interminabili e pallosi come un articolo di Citati». Il mio pubblico avrebbe gradito.

Poi, un mesetto dopo, che so, andavo a vedere la finale di baseball negli Stati Uniti, e avrei sicuramente trovato il modo di chiosare, in margine, che lì si beve solo birra analcolica, «triste e inutile come una recensione di Ferroni». Risatine compiacenti. Pari e patta. E´ così che si fa da noi. Pensate che animali siamo, noi intellettuali, e che raffinata lotta per la vita affrontiamo ogni giorno nella dorata giungla delle lettere…

Purtroppo però non è andata così. Il fatto è che l´altro giorno ho visto il film su Truman Capote. Si impara sempre qualcosa spiando i veri grandi. Lui in quel film è così orrendo, spregevole, sbagliato, megalomane, imprudente, indifendibile. Mi ha ricordato una cosa, che talvolta insegno perfino a scuola, e che però mi ostino a dimenticare. Che il nostro mestiere è, innanzitutto, un fatto di passione, cieca, maleducata, aggressiva e vergognosa.

Posa su una autostima delirante, e su un´incondizionata prevalenza del talento sulla ragionevolezza e sulle belle maniere. Se perdi quella prossimità al nocciolo sporco del tuo gesto, hai perso tutto. Scriverai solo cosette buone per una recensione di Ferroni (no, scherzo, davvero, è uno scherzo). Scriverai solo cosette che non faranno male a nessuno. Insomma è tutta colpa di quel film su Truman Capote.

D´improvviso mi è sembrato così falso starmene lì, come una bella statuina, a prendere sberle dal primo che passa. E´ una cosa che non c´entra niente col mestiere che è il mio. Vedi, se me ne stavo a casa a vedere Lazio-Roma, oggi eravamo tutti più sereni e tranquilli. E penosi, of course.
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Vecchi Commenti

che tristezza veder qualcuno alzarsi sulla cattedra e strillare! se poi cè “il mezzuccio ” come “mezzo” è ancor piu triste. Del tutto letto una frase non mi convince…”per quello che ne capisco…i miei libri saranno dimenticati…” è come dire è morta nonna tra poco nessuno saprà più chi fosse e cosa ha lasciato…è come dire ti ho dato la caramella , l’hai finita. Il nostro mestiere, scrive il grande baricco, è innanzitutto fatto di passione, cieca, maleducata , aggressiva e vergognosa: BENEEEEE.
Non dimenticheremo mai questa passione, andrà ad accumulare la passione del futuro, come una fiaba che di secolo in secolo viene raccontata con nuove voci e nuovi particolari, ricordando ed aggiungendo:sembre più grande, per il nostro piccolo quotidiano.
non serve a nulla: questa storia è straordinariamente “quella storia”….stupenda
ornella [ornellasister@yahoo.it] • 07/03/06 06:21pm

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